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NEL OCEANO PACIFICO E’ EMERSA UNA NUOVA ISOLA GRANDE COME IL FRIULI


INCREDIBILE SCOPERTA NEI GIORNI SCORSI NEL SUD DEL PACIFICO

dove alcuni marinai australiani che navigavano nel tratto di oceano che divide la Nuova Zelanda e le Isole Tonga, hanno incontrato sulla loro rotta una gigantesca isola di pomice mai vista prima.A dare l’annuncio ufficiale è stato il ministro neozelandese della Difesa che ha già inviato sul posto un’unità della marina e ha annunciato una ricognizione aerea per fare i primi rilievi scientifici sull’isolotto, che vediamo nell’immagine a corredo dell’articolo. Stando alle prime informazioni, l’isola misurerebbe 7.500 km², e sarebbe grande quindi più o meno come il Friuli Venezia Giulia, e potrebbe essere emersa dopo una colossale eruzione del vulcano sottomarino Monowai, che si trova a un migliaio di chilometri da Auckland, vicino leneozelandesi isole Kermadec.Ma ciò che ha lasciato di stucco i marinai che hanno scoperto l’isola, è il fatto che di fatto è costituita da un’immensa lastra di candida pomice galleggiante sui flutti oceanici, data la sua origine vulcanica (raffreddandosi rapidamente in acqua la lava si trasforma in pietra pomice).‘La cosa più strana che abbia mai visto in 18 anni di navigazione’,questo il commento a caldo del tenente Tim Oscar, che ha descritto l’sola come ‘una grandissima zattera di pomice che sia alza e si abbassa seguendo il movimento delle onde, con rocce emergono per circa 60 centimetri dal livello del mare e brillano bianche come ghiaccio sotto al sole’.
Fonte: http://www.meteoweb.eupianetablunews.wordpress.com

Redatto da Pjmanc: http://ilfattaccio.org

 
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Pubblicato da su 16 ottobre 2012 in Attualità

 

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LA RANA CHE FA IL DITO MEDIO + foto


SHIKEI GOH FOTOGRAFO 37 ENNE

Ha immortalato questa rana, impegnata in un gesto sicuramente non consueto nel mondo animale, sull’isola indonesiana di Batam. A seguire le gesta dell’animale anche il Sun. Il fotografo si è dovuto lanciare in un appostamento durato tre ore, necessarie per attendere l’uscita allo scoperto della rana indisponente. “Le rane vicino casa mia sono molto belle -ha detto Shikhei- ma questa ha catturato la mia attenzione perché saltava via ogni volta che dovevo fare uno scatto. Allora sono rimasto lì tre ore, come il gatto con il topo, finché son riuscito a fotografarla. E per premio sembra che mi alzi il dito medio”.

 

 

 

 

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Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio.org

 
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Pubblicato da su 12 marzo 2012 in Attualità

 

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NEL BORNEO SONO DA BRUCIARE 200MILA ETTARI DI FORESTE PLUVIALI !!


UN ACCORDO TRA I GOVERNI INDONESIANO E COREANO

Prevede di destinare 200.000 ettari di terreno a piantagione per la produzione di fibre combustibili nell’isola di Kalimantan. Il prodotto finale saranno pellet, fibre li legno pressato per uso combustibile. Il Kalimantan ospita uno degli ultimi grandi tratti di foresta pluviale del Sud-est asiatico, ora minacciate dall’espansione delle piantagioni.Attualmente, il consumo di pellet della Corea del Sud è limitato alle aree rurali, ma la capacità produttiva del paese è destinata a crescere rapidamente, e due nuovi impianti produttivi saranno stato aperti in Corea del Sud entro la fine dell’anno.

QUELLO DEI PELLET E’ UN MERCATO IN ASCESA MALGRADO LA CRISI

Inizialmente basto sugli scarti dell’industria del legno, i crescenti consumi hanno fatto di questo settore un diretto competitore dell’industria di pannelli di legno nei rifornimenti di materiale grezzo. Nel 2008 la produzione di pellet ha sfiorato i dieci milioni di tonnellate, secondi i dati del Wood Resource Quarterly, che prevede un’ulteriore crescita di un 25-30 per cento nel corso dei prossimi dieci anni. A guidare il mercato sono i paesi europei, ma la domanda cresce anche negli Stati Uniti.Le foreste del Kalimantan sono uno degli ultimi habitat dell’orango, il nostro vicino parente nel mondo animale, ormai minacciato di estinzione dalla scomparsa del proprio habitat.

Fonte: salvaleforeste.it

redatto da Pjmanc  http://ilfattaccio.org

 
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Pubblicato da su 23 gennaio 2012 in Attualità

 

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ALLARME NEL PACIFICO : L’ISOLA DEI RIFIUTI DIVENTA SEMPRE PIU’ GRANDE


SECONDO ALCUNI STUDIOSI

Il Pacific Trash Vortex ha raggiunto una dimensione doppia a quella degli Stati Uniti. È la discarica più grande del pianeta e si è formata principalmente a causa dei sacchetti di plastica usa e gettaCresce costantemente il Pacific Trash Vortex, l’accumulo di rifiuti di plastica che galleggiano nell’Oceano Pacifico. Con decine di milioni di tonnellate di detriti che fluttuano tra le coste giapponesi e quelle statunitensi, si tratta di fatto della più grande discarica del pianeta. Secondo scienziati ed oceanografi, fra cui Marcus Eriksen, direttore di ricerca presso l’Algalita Marine Research Foundation, la sua estensione ha ormai raggiunto “livelli allarmanti”: forse “il doppio di quella degli Stati Uniti”. Ma come può essere così vasta? Raggiunto telefonicamente da ilfattoquotidiano.it, il dottor Eriksen ha spiegato che il Trash Vortex “non forma un’isola o un’accumulazione densa di frammenti. La densità è simile a quella di un cucchiaio di confetti di plastica sparsi su un campo di calcio”. Fra i rimedi consigliati dagli esperti, spicca la necessità di abbandonare globalmente i sacchetti di plastica usa e getta. Una scelta già fatta dall’Italia, che adesso tutta l’Europa vuole imitare.

PALLONI DA CALCIO E DA FOOTBALL

Mattoncini di Lego, scarpe, borse, kayak e milioni di sacchetti usa e getta. Sono questi gli ingredienti della “zuppa di plastica” che anno dopo anno si sta impossessando del Pacifico. Un quinto di essi, secondo gli studiosi, proviene da oggetti gettati da navi o piattaforme petrolifere, il resto dalla terraferma. Questo enorme vortice di rifiuti è però visibile solo da navi e barche, non dai satelliti. Esso si trova infatti al di sotto della superficie marina, fra i pochi centimetri e i 10 metri di profondità.Scoperto alla fine degli anni ’80 dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa) ma reso noto soprattutto da Charles Moore, il Great Pacific Garbage Patch (altro nome del Trash Vortex) si divide in due grandi blocchi: “Uno a circa 500 miglia marine dalle coste californiane, ed uno al largo di quelle giapponesi – spiega il dottor Eriksen – connessi dalle correnti che ruotano in senso orario attorno ad essi”.

IN QUEST’AREA DEL PACIFICO SETTENTRIONALE

Le correnti portano ogni anno ad accumularsi enormi quantità di rottami marini e rifiuti, composti per il 90% da plastica, di cui si ritrovano anche pezzi fabbricati negli anni ‘50. Le materie plastiche, infatti, fotodegradandosi possono disintegrarsi in pezzi molto piccoli, ma sostanzialmente non si biodegradano. I polimeri che le compongono possono così finire nella catena alimentare, in quanto queste briciole vengono scambiate per plancton o altri tipi di cibo da molti animali marini. Un problema comune anche al Mare Mediterraneo, che vede però nelle dimensioni raggiunte nel Pacifico un fenomeno decisamente allarmante. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep), già nel 2006 ogni miglio quadrato di oceano conteneva 46mila pezzi di plastica galleggiante. Oggi, secondo i calcoli più recenti, si è arrivati con il solo Trash Vortex ad un totale di 100 milioni di tonnellate. Per Charles Moore il problema è dovuto soprattutto all’enorme diffusione nel mondo dei sacchetti di plastica. Se non se ne ridurrà il consumo, avverte “Captain” Moore, “questa massa galleggiante potrebbe raddoppiare le sue dimensioni entro il prossimo decennio”.

UN FENOMENO QUELLO DEI SACCHETTI USA E GETTA

Di cui si sta discutendo molto in Europa, ma che finora ha portato solo l’Italia a metterli definitivamente al bando. Nel Belpaese, una volta tanto all’avanguardia nella tutela dell’ambiente, la legge che dall’inizio del 2011 vieta la produzione e la commercializzazione di questi sacchetti è diventata infatti un esempio virtuoso per tutto il resto del vecchio continente. Tanto che, secondo una consultazione pubblica della Commissione europea sull’uso delle buste di plastica non biodegradabili, a cui hanno partecipato oltre 15mila cittadini dell’Ue e centinaia fra associazioni, Ong ed università, “il 70 per cento degli europei vuole che il bando italiano venga esteso al resto dei Paesi membri”.

Autore: Andrea Bertaglio / Fonte: ilfattoquotidiano.it

Redatto da Pjmanc  http://ilfattaccio.org

 
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Pubblicato da su 12 gennaio 2012 in Attualità

 

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