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ANCHE LA CALIFORNIA HA DETTO SI ALL’AUTO SENZA PILOTA


LA GOOGLE CAR

l’auto che si guida da sola, potrà circolare liberamente anche sulle strade della California, grazie alla legge recentemente approvata dal senato dello stato americano.La California si aggiunge quindi al Nevada, il primo stato ad aver autorizzato l’auto che potrebbe rivoluzionare il mondo della mobilità. E’ stato proprio in Nevada, nella zona attorno a Las Vegas, che Google ha condotto i primi test con una Toyota Prius opportunamente modificata, con un dispositivo laser posto sul tetto che controlla in ogni istante l’ambiente circostante la vettura, rilevando automobili, pedoni e altri ostacoli.La vettura ha recentemente percorso oltre 480 kilometri senza subire nemmeno un graffio, tra strade urbane ed extraurbane. I test ovviamente continuano, implementando maggiori difficoltà e condizioni più difficili, ma il futuro sembra ben delineato. Per adesso però i due stati americani hanno stabilito, per motivi di sicurezza, che la Google car potrà circolare solo con due persone a bordo, in grado di intervenire e prendere il controllo dell’auto in ogni evenienza.

di Marco Vitaloni

fonte : http://www.vivereancona.it

Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio

 
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Pubblicato da su 27 settembre 2012 in Attualità

 

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QUELLO CHE LA RETE SA DI TE


NESSUNO TI CONOSCE MEGLIO DI GOOGLE

Google sa tutto, perfino dove sei. Lo sa perché ti spia attraverso un buco della serratura gigantesco, fatto di siti internet, software e cookies (piccoli file testuali usati, fra l’altro, per “tracciare” l’attività di chi naviga).Dopo di che ti scheda: il tuo profilo rimane conservato per un anno e mezzo in un database infinito, ramificato in 450mila server sparsi nel pianeta. Lo rivelano due inchieste di Repubblica e del Wall Street Journal. Il motivo di tutto questo? Il modo migliore per fare soldi è vendere pubblicità, la pubblicità migliore è quella che ti conosce. Il problema del target non esiste più, in qualsiasi sito tu vada troverai inserzioni di prodotti e servizi che ti calzano a pennello. Lo chiamano “behavioral advertisement”: violento, invadente, dannatamente efficace.Il percorso è stato lungo. Per anni Google resiste alla tentazione di usare metodi aggressivi nella raccolta di dati a fini pubblicitari, ritenendo che possa rivelarsi un boomerang a livello d’immagine. Ma il rapido emergere di concorrenti abituati a tracciare l’attività online degli utenti, per poi rivenderne gli identikit, costringe Google a cambiare politica. A poco a poco i due fondatori, Sergey Brin e Larry Page, si convincono della possibilità di sfruttare l’enorme quantità di dati a loro disposizione senza per questo fare un torto agli utenti. “I fondatori ritengono in questo modo di poter migliorare l’esperienza degli utenti sul web – sostiene Alma Whitten, capo del Privacy Council dell’azienda – ciò che va bene per il consumatore, va bene per l’inserzionista”.

IN VERITA’ IL SIGNOR PAGE CI METTE PARECCHIO AD ABBANDONARE LE SUE POSIZIONI

Fino all’ultimo continua a professare il “contextual targeting”, che consiste nel pubblicizzare su una pagina web un prodotto coerente con l’argomento trattato nella pagina stessa. Risultato: fino al 2006 Yahoo massacra Google sul mercato della pubblicità online. I top-manager di Mountain View non si danno pace e nel 2007 riescono a far acquistare all’azienda la DoubleClick , impresa regina della pubblicità visuale su Internet. Più di tre miliardi di dollari per far amare i cookies a Mr. Page.Finalmente Google inizia a istallare i ‘file spioni’ sui pc dei suoi utenti, ma ancora per qualche mese evita di usarli. Nuove resistenze dai vertici. Stavolta non da Page, ormai convertito, ma da Brin. Nel corso di un meeting leggendario fra i dipendenti di Mountain View, i due tycoon arrivano a urlarsi in faccia. Alla fine prevalgono le ragioni della ‘pubblicità personalizzata’. Il servizio parte a marzo del 2009, riservato a un ristretto gruppo di facoltosi inserzionisti.Se per anni il sito più potente è stato quello con il maggior numero di visitatori, oggi non è più così: il vero leader è quello con il database più ricco. E Google è invincibile. Non solo ha il maggior numero di account schedati, ma anche il maggior numero di informazioni per singolo utente. Nel 2009 l ‘azienda ha vinto la medaglia d’oro per il fatturato, con 23,7 miliardi di dollari. Più del triplo dei guadagni di Yahoo, medaglia d’argento. Ma la minaccia più seria per Google non viene dagli altri motori di ricerca; il vero nemico è Facebook. Il social network più importante della rete è in grado di vendere pubblicità con target dettagliatissimi dei suoi utenti (più di 500 milioni di persone).

BISOGNA CORRERE AI RIPARI

Google ha già progettando il suo nuovo servizio di social network. Non solo, l’azienda di Mountain View intende copiare da “Facebook” anche qualcosa di più specifico, il bottoncino “Mi piace”. Chiunque abbia un profilo in rete lo conosce, anche se di solito lo considera un particolare insignificante, un quadratino su cui cliccare distrattamente per comunicare a qualche centinaio di amici cose come “mi piace il crème caramel”, “mi piace lady Gaga”. Non è una sciocchezza, ma una vera e propria miniera d’oro. Riuscite ad immaginare quali formidabili profili da “behavioural advertisement” si possano creare con informazioni del genere?In ogni caso, l’attentato alla nostra privacy non è mortale. Esiste perfino un margine di discrezione. Ad esempio, Google non utilizza i dati raccolti da uno dei suoi servizi per inseguirvi con pubblicità personalizzate in qualsiasi angolo sperduto del Web. E’ vero, se avete un account Gmail, Google non si fa problemi a ficcare il naso in quello che scrivete e che ricevete, ma solo per spiattellarvi la pubblicità più azzeccata la prossima volta che aprirete la stessa pagina di Gmail.Non è questa una gran consolazione e Google lo sa, per questo si affretta ad assicurare che “la maggior parte” delle informazioni raccolte non sono associate all’utente tramite il nome, ma attraverso un codice numerico. Si fa fatica a capire quale dovrebbe essere la parte rassicurante: anche se compariamo sotto forma di numeri, in realtà il nostro anonimato è lasciato al buon cuore di chi ci controlla. Per risalire al nostro nome non ci vuole davvero un hacker; basta un nostro accesso in Facebook o nella posta elettronica e il gioco è fatto.

COM’ERA PREVEDIBILE LA RETE E’ PIENA DI POST IN DIFESA DI RE GOOGLE

Si dice che nel mondo di internet i dati che ti riguardano non sono di tua proprietà finché non ti preoccupi di proteggerli. In effetti, un modo per impedire ai siti di “tracciarti” esiste, ma scoprire quale si è lasciato alla tua abilità. L’obiezione più ragionevole è però quella che pone l’accento sui rapporti economici: se siti come Google, Facebook o Yahoo non avessero fatto pubblicità personalizzata, non avrebbero mai avuto i milioni di dollari necessari a sviluppare i servizi di cui tutti noi oggi godiamo.Una contropartita c’è, quindi. Ma il punto è che la maggior parte degli utenti non aveva compreso di dover dare qualcosa in cambio. E’ facile prendersela con l’insipienza di molti frequentatori del Web: navigare senza sapere cos’è un cookie – si dice – è come iniziare a fumare senza sapere che fa male. Peccato che sui pacchetti di sigarette sia almeno scritto a caratteri cubitali che “il fumo uccide”, mentre sotto il logo colorato di Google nessuno ha mai specificato “ti sta guardando”.

di Carlo Musilli
fonte : http://www.altrenotizie.org

Redatto da Pjmanc: http://ilfattaccio.org

 
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Pubblicato da su 29 aprile 2012 in Multinazionali

 

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E GOOGLE DISSE : CHE LE NUOVE REGOLE SIANO – E LE NUOVE REGOLE FURONO !


CI HANNO PROVATO IN TANTI

anche se con molto ritardo, a bloccare l’entrata in vigore delle nuove policy di Google, Tanti, ma non le autorità italiane che, come al solito, sono sempre assenti quando si tratta di questioni di una certa importanza. Mentre l’informazione italiana era con la testa alle Seychelles, impegnata a seguire la vicenda della Costa Allegra, Google ha attuato un cambiamento alle regole di utilizzo dei propri servizi, che può ritenersi epocale, il tutto nell’indifferenza quasi totale di autorità e degli utenti stessi, tanto che un sondaggio aveva mostrato come 9 persone su 10 non sapevano nulla di ciò che le nuove regole riguardassero. Persino il responsabile dell’FTC, l’organo statunitense che si occupa della privacy, ha definito le nuove regole come una cosa «da prendere o lasciare» in maniera secca. Google non ha sicuramente preso in considerazione la seconda ipotesi, grazie soprattutto alle ormai centinaia di milioni di utenti dotati di uno smartphone Android, e di conseguenze di un account Google, i quali, in maniera quasi inconsapevole, semplicemente usando il loro dispositivo acconsentono alle nuove policy.

MA COSA PREVEDONO LE NUOVE REGOLE ?

Ma cosa prevedono le nuove regole? Che tutto ciò che facciamo sui servizi Google (ricerche web, ricerche e visione di video su Youtube), cosa che probabilmente si può estendere ai contenuti delle e-mail, dei documenti presenti sulla Cloud di Google ecc, vengano utilizzati da Google a scopo pubblicitario, con la possibilità che questi dati siano ceduti a terzi. Da Mountain View sono arrivate precisazioni, pubblicate da Google sul proprio blog, con lo scopo di fugare ogni dubbio, in particolare quelli fatti emergere dalla Commission Nationale de l’Informatique et des Libertés (CNIL) e dai vari garanti europei, riuniti nell’Article 29 Working Group. Google precisa che «La cosa più importante da tenere a mente è che facciamo tutto questo per rendere più comprensibile il nostro atteggiamento e i nostri impegni relativamente alla privacy e perché Google sia ancora più efficace per gli utenti.». Secondo l’azienda, quindi, non vi sarebbe nessun cambiamento negli strumenti offerti agli utenti registrati, i quali potranno continuare ad eliminare le cronologie di ricerca e navigare in incognito con il browser Chrome. Peccato che così non la pensino molte associazioni di consumatori e di difesa della privacy, oltre al fatto che sono state numerose le autorità di tutto il mondo, in tema di garanzia della privacy, che hanno levato la voce contro le nuove regole «imposte» da Google.

Ricordiamo che è possibile rimuovere i dati personali relativi alle ricerche eseguite e ai video visionati, autenticandosi ed entrando nella Dashboard del proprio account Google.
fonte : http://www.pctuner.net/

Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio.org

*Grazie De

 
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Pubblicato da su 2 marzo 2012 in News

 

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SUL WEB CI SI DROGA CON ONDE SONORE


ANCHE IN ITALIA ARRIVA L’ALLARME

droghe sonore online“. Particolari onde tra i 3 e i 30 Hertz, frequenze che agiscono sul cervello umano, possono innescare le più diverse reazioni e sollecitare in maniera intensa l’attività cerebrale, in modo simile alle droghe. Basta collegarsi al sito giusto e scaricare speciali file per ottenere sequenze sonore dai nomi che sono tutto un programma: «marijuana», «cocaina», «alcol», «ecstasy».L’allarme sulle «cyber-droghe», noto in rete con il nome di iDoser, è serio e arriva dal Nucleo speciale frodi telematiche della Guardia di Finanza, i cui 007 informatici stanno da tempo monitorando un fenomeno che potrebbe rapidamente dilagare – come già avvenuto in Spagna – e che già vanta migliaia di appassionati che discutono attraverso la rete, si scambiano impressioni e consigliano modalità e tecniche di somministrazione. Sono già centinaia, avverte la Guardia di Finanza, le pagine web dedicate a questo fenomeno e migliaia gli appassionati che discutono attraverso la rete, si scambiano impressioni e consigliano modalità e tecniche di «somministrazione».

LE DINAMICHE COMMERCIALI CHE STANNO DIETRO AL FENOMENO

ricalcano quelle del mercato tradizionale degli stupefacenti: la partenza è con file offerti gratuitamente, poi si passa alla sommistrazione a pagamento. Esiste una società che offre online, sul proprio sito, un vero e proprio lettore audio (tipo il popolare WinAmp dei file mp3) per “dosi sonore”. Dosi che, per altro, oltre a essere acquistate possono anche essere reperite gratuitamente in maniera piuttosto semplice con una semplice ricerca su Google. Si arriva su siti che ospitano link ad archivi di file quali Rapidshare o simili. Pochi clic per avere sul computer un file “zippato” che, una volta decompresso, svela centinaia di “dosi”, accuratamente catalogate con i nomi delle sostanze di cui dovrebbero riprodurre l’effetto: assenzio, ecstasy, cocaina, morfina, tranquillanti, eroina, peyote e così via. Su Internet si trovano poi anche pratiche guide all’uso: “Come far funzionare una dose al 100%”. Mentre YouTube è piena di video che illustrano i presunti effetti su giovani (e spesso giovanissimi) consumatori.

IL PRINCIPIO: INFRASUONI

«Le onde comprese tra 3 e 30 hertz, gli infrasuoni, ovvero le frequenze su cui lavora il cervello umano, sono in grado di innescare le più diverse reazioni e sollecitare in maniera intensa l’attività cerebrale. Le onde alfa, ad esempio, che vanno da 7 a 13 hertz, hanno un potenziale effetto rilassante, ma ce ne sono altre che ottengono l’effetto opposto, cioè euforizzante o eccitante. Basta inserire questi infrasuoni – che l’orecchio umano non percepisce – dentro un brano musicale, e il gioco è fatto» ha spiegato il colonnello Umberto Rapetto della Guardia di Finanza. «L’uso di questi infrasuoni non è sconosciuto alle forze di polizia, che all’estero li usano come deterrenti, ad esempio nelle discoteche per calmare i ragazzi». «Il loro uso – ha aggiungo il colonnello è anche documentato storicamente in campo militare».

fonte :  http://www.corriere.it  di Luigi Ripamonti e Paolo Ottolina

Redatto da Pjmanc  http://ilfattaccio.org

 
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Pubblicato da su 16 gennaio 2012 in Attualità

 

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