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LA STRATEGIA DELLA MONSANTO SUL COTONE PER FARCI VESTIRE LEGGERI


DALLE CUCITURE DEI NOSTRI CALZINI PER COPRIRE LE DITA DEI PIEDI

all’orlo delle scollature dei nostri abiti, gli americani da soli consumano il 25% del cotone mondiale, per lo più nel settore dell’abbigliamento e degli arredi per la casa. Le persone restano spesso sorprese nell’apprendere che il più grande fornitore al mondo di semi di cotone (l’80-90% della quota di mercato in alcuni paesi produttori di cotone) è una società in genere creduta essere concentrata con le proprie attività nel settore delle scorte alimentari. la maggior parte della gente non pensa alla Monsanto quando indossa i pantaloni al mattino.Quando fu introdotto nel 1996, il cotone geneticamente modificato (Genetically Engineered, GE) della Monsanto sembrava un sogno divenuto realtà. Il fatto che la pianta fosse al riparo da fastidiosi parassiti con un insetticida geneticamente modificato avrebbe portato gli agricoltori a risparmiare soldi per il controllo dei parassiti e l’ambiente a non essere inondato con tonnellate di spray chimici aggressivi. Gli agricoltori che in precedenza facevano affidamento su pericolosi pesticidi e aravano la terra per seppellire le erbacce sarebbero stati in grado di passare ad un raccolto assistito, nonché a modelli di agricoltura senza aratura che frenano l’erosione del suolo e riducono il deflusso dei fertilizzanti dalla terra.Tuttavia, dopo il primo raccolto di cotone GE della Monsanto, gli indignati agricoltori americani hanno intentato azioni legali, poi archiviate, contro la Monsanto, sostenendo che l’azienda aveva mistificato l’efficacia dei propri prodotti. Gli agricoltori hanno affermato che il cotone geneticamente modificato non era riuscito a respingere i parassiti su oltre un milione e mezzo di acri di colture. Inoltre, moltissimi reclami riguardavano la caduta delle capsule (la parte morbida lanuginosa della pianta che contiene le fibre di cotone vero, senza le quali non vi è raccolto) dalle piante negli stati della Louisiana, Tennessee, Arkansas e Mississippi.

APPROCCIO NON MODIFICATO

La Monsanto non si è lasciata scoraggiare. Ha continuato a sviluppare le proprie piante geneticamente modificate, migliorando a poco a poco le loro prestazioni. Nel frattempo, però, si sono evoluti anche i parassiti. Entro il 2009, nelle aziende agricole della parte meridionale degli Stati Uniti, il Roundup della Monsanto era meno capace che mai a difendersi da erbacce, come il molto prolifico amaranto (Palmer amaranto). L’amaranto, che raggiunge i sette metri di altezza quando è completamente cresciuto, soffoca qualsiasi cosa cerchi di crescere alla propria ombra. Di conseguenza, gli spray sono stati sempre più necessari per contenere i parassiti, sia vegetali e animali. Gli agricoltori si sono dovuti accovacciare nei loro campi per estirpare le erbacce a mano per la prima volta da decenni, e hanno visto le loro spese aumentare ulteriormente quando sono stati costretti ad assumere forza lavoro per svolgere questo lavoro. Poi c’è il problema degli insetticidi.In tutto il mondo, il cotone è inondato di sostanze chimiche più di qualsiasi altra coltivazione. Secondo uno studio della Fondazione Giustizia Ambientale in collaborazione con la “Pesticide Action Network UK”, anche se rappresenta solo il 2,5% dei terreni agricoli del mondo, la coltivazione del cotone è responsabile dell’utilizzo mondiale del 16% degli insetticidi. Questi insetticidi, che sono per la loro struttura molto pericolosi per gli esseri viventi, sono ora presenti in fiumi, laghi, acqua potabile, nonché nella pioggia che cade in tutto il mondo.Di tutti i coltivatori di cotone del mondo, il 99% sono piccoli proprietari terrieri che vivono nelle comunità rurali dove non è disponibile alcun equipaggiamento protettivo e l’alfabetizzazione necessaria per leggere le avvertenze di sicurezza è rara. Come risultato, ogni anno ci sono almeno 20.000 morti e 1 milione di ospedalizzazioni direttamente correlate all’uso dei pesticidi sulle colture di cotone. Purtroppo, una grande percentuale delle persone colpite sono bambini.

TRAGEDIA INDIANA

Per quanto tutte queste notizie circa l’uso di insetticidi e pesticidi sorprendentemente vigorosi possano sembrare cattive, è stato poco dopo l’introduzione del cotone geneticamente modificato in India che la Monsanto ha scoperto cosa sia la cattiva pubblicità.L’India è speciale in questa storia per alcuni motivi. In primo luogo, la terra nella parte settentrionale dell’India non è ideale per la coltivazione del cotone. Anche se il paese dedica più superficie a questa coltivazione di qualsiasi altra nazione, è al terzo posto per la produzione di cotone, dopo la Cina e gli Stati Uniti. I rendimenti sono sempre stati bassi a causa di parassiti e siccità. L’India ha anche un numero di coltivatori individuali superiore rispetto alla Cina o gli Stati Uniti. La maggior parte di loro lavora molto duramente il proprio piccolo appezzamento per guadagnare meno del salario minimo del paese.Monsanto è entrata in India nel 2002 con alcune pubblicità molto convincenti. Essa ha affermato che i suoi semi ingegnerizzati avrebbero consentito rendimenti fino a cinque volte superiori a quelli del cotone convenzionale – 20 quintali per acro (pari a circa 4,5 balle) rispetto ai 4 quintali (meno di 1 balla) che i contadini, al momento, lottavano per estrarre dai loro campi. La Monsanto ammise il maggior costo dei propri semi ma insistette nell’asserire che l’investimento sarebbe stato remunerativo.Il rendimento medio dei semi geneticamente modificati della Monsanto si rivelò essere neanche lontanamente vicino ai 20 quintali per acro pubblicizzati. In realtà, la produzione media del raccolto si rivelò essere di 1,2 quintali per acro. Da nessuna parte in India si sono riusciti a superare i 4 quintali per acro, alla fine del raccolto. Per aggiungere al danno la beffa, gli agricoltori ben presto scoprirono che le fibre prodotte dalle piante di cotone della Monsanto erano di qualità inferiore. Invece di ottenere i soliti $ 86 per quintale, sono stati in grado di vendere i loro raccolti a soli circa $ 36 per quintale.Questa situazione è stata subita da migliaia di coltivatori di cotone in India. La maggior parte è stata in breve tempo costretta ad indebitarsi sempre più, per piantare diverse varietà di cotone anno dopo anno, con la speranza che un giorno lontano avrebbe potuto avere un raccolto abbastanza lucroso per liberarsi di questo circolo vizioso. Purtroppo, molti agricoltori hanno scelto un modo diverso. In media dal 2002, tra i contadini indiani, molti dei quali erano caduti nella trappola della Monsanto, c’è stato un suicidio ogni 30 minuti. Molti alla fine delle loro vite hanno bevuto RoundUp.Per quanto straziante sia la situazione in India, è ragionevole supporre che la Monsanto non abbia portato la propria attività nel paese con l’intenzione di uccidere contadini. Senza i contadini non hanno clienti. Sarebbe semplicemente un cattivo affare istigare intenzionalmente la scomparsa dei loro clienti. Hanno venduto un prodotto che pensavano facesse bene, e non ha funzionato.

FARE UNA SCELTA

Come consumatori, però, noi non siamo obbligati ad accettare questo stato di cose. L’industria del cotone biologico è in forte espansione a un tasso di crescita del 60% all’anno. Anche se spesso esso è presente in costose boutique, il cotone biologico non è più un lusso solo per i ricchi. Infatti, nel 2006, Wal-Mart è diventato il maggior acquirente mondiale di cotone biologico. Altre società come la Patagonia e Timberland hanno lavorato a lungo per fornire prodotti eco-compatibili. Basta cercare su siti di shopping popolari come Amazon le parole “cotone biologico” per trovare migliaia di opzioni per ogni tasca.
La prossima volta che state acquistando dei vestiti nuovi, pensateci. E se si può scegliere, prediligi il biologico! Sarà meglio per il pianeta, gli esseri umani oggi e quelli delle generazioni a venire.

Fonte: http://ourworld.unu.edu

Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio

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Pubblicato da su 12 agosto 2012 in Multinazionali

 

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STERILIZZAZIONE FORZATA IN INDIA- GRAN BRETAGNA SOTTO ACCUSA


IL CONTROVERSO PROGRAMMA AVVIATO NEL 2005 AVREBBE PORTATO SOLO NEL 2008 ALLA STERILIZZAZIONE DI CIRCA MEZZO MILIONE DI PERSONE

Le previsioni demografiche non lasciano adito a dubbi:India stato più popoloso del pianeta entro il 2026. Più della Cina, che in questi ultimi anni ha introdotto politiche di controllo demografico e il trend dei prossimi non preoccupa gli analisti. Ma, se Pechino ha consentito nuovi nuclei famigliari composti da un numero massimo di tre individui, in India la pratica della sterilizzazione forzata sui “paria” assomiglia alle pratiche eugenetiche, di selezione della razza, di stampo nazista. L’indiscrezione arriva dall’Observer e mette in imbarazzo il Regno Unito, reo di aver destinato 166 milioni di sterline (circa 200 milioni di euro) a un programma di controllo demografico praticato senza il consenso di migliaia di donne e uomini indiani, gran parte dei quali sono anche morti in seguito a operazioni approssimative e altri sono in stato vegetativo permanente. Numerose donne, in stato di gravidanza, sono state fatte abortire con la forza.La sterilizzazione in India è stata una pratica controversa per anni. Le persone, con un livello d’istruzione e reddito bassi, venivano regolarmente catturate e sterilizzate senza aver la possibilità di opporsi. Gli attivisti denunciano che sulla falsa promessa di recarsi nelle strutture sanitarie, per migliorare le proprie condizioni di salute, le persone venivano sottoposte, contro la loro volontà, a trattamenti medici non richiesti. Un documento pubblicato dal “Dipartimento per lo Sviluppo internazionale” (parte del governo del Regno Unito che gestisce gli aiuti britannici ai paesi poveri) nel 2010 citava la necessità di combattere il cambiamento climatico, anche attraverso la riduzione della popolazione, solo che c’erano dei “diritti umani e delle questioni etiche da rispettare”.

NUMEROSI SONO STATI I CASI

Di violazione dei diritti umani e delle più comuni pratiche mediche nei casi di parto. Pochi giorni fa, una donna di 35 anni è morta dopo aver subito la sterilizzazione forzata. La moglie di un operaio, incinta di due gemelli, ha avuto un’emorragia letale in sala operatoria. Un chirurgo, che opera in un edificio scolastico fatiscente, lo scorso gennaio ha effettuato 53 operazioni in due ore, assistito da personale non qualificato e con attrezzature inadeguate. “In tutti i casi – ha denunciato l’attivista Devika Biswas – le donne povere e di provenienza rurale sono le vittime di queste pratiche illegali e non sicure”. Il Tribunale indiano, che ha recepito le denunce di migliaia di persone, ha dato ai governi nazionali e statali due mesi di tempo per rispondere alle accuse. Gli attivisti sostengono che i poveri, soprattutto appartenenti alle comunità tribali, sono quelli più frequentemente presi di mira e vulnerabili alle minacce. Non di rado vengono ingannati con delle offerte in denaro (da unminimo di 9 euro), in vestiario (un ‘sari’, l’abito tradizionale) o dalle promesse di vittoria alle lotterie (auto o frigoriferi) se accettano di essere sterilizzati. Un rapporto del governo indiano mostra come la sterilizzazione sia il metodo più comune di pianificazione familiare, una pratica avviata nel 2005 grazie al finanziamento del Regno Unito. Le sovvenzioni variano da stato a stato: le cliniche private del Bihar ricevono 1500 rupie (22 euro) per ogni sterilizzazione, con un bonus di 500 rupie (7,50 euro) a paziente se la clinica riesce a fare più di 30 operazioni al giorno. Gli operatori delle Ong sostengono che le persone vengono convinte a farsi sterilizzare con150 rupie ‘una tantum’ (2,20 euro), mentre ai medici sono corrisposte 75 rupie (1,10 euro) a paziente.Solo nel 2008, secondo il rapporto governativo, sarebbero state praticate circa mezzo milione di sterilizzazioni forzate. Nel 2006, il ministero indiano per la salute e la famiglia ha pubblicato un rapporto in cui si condannava la pratica della sterilizzazione forzata, denunciando le precarie condizioni in cui si trovavano le cliniche. Ma dopo gli annunci e le condanne ufficiali, non sono seguite politiche di discontinuità rispetto al passato e la Gran Bretagna quest’anno verserà i rimanenti 41 milioni di euro previsti nel programma di sterilizzazione.

di : Alessandro Proietti

fonte : http://www.dirittodicritica.com

Redatto da Pjmanc: http://ilfattaccio.org

 
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Pubblicato da su 19 aprile 2012 in Attualità

 

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COCA COLA CONDANNATA : DOVRA’ RISARCIRE 350 MILIONI DI EURO ALL’INDIA PER INQUINAMENTO AMBIENTALE


LA COCA-COLA DEVE RISARCIRE 2,6 MILIARDI DI RUPIE

(oltre 352 milioni di euro) per i danni ambientali e alla salute provocati presso il suo impianto di imbottigliamento di Plachimada, nello stato del Kerala (India meridionale). A questa conclusione è giunta una commissione di inchiesta voluta dal governo dello stato indiano, presieduta da un autorevole magistrato e composta da esperti indipendenti, che ieri hanno illustrato il loro rapporto. La notizia è stata ripresa ieri con un certo scalpore dai maggiori media internazionali – anche perché il governo del Kerala ha accettato e fatto proprie le conclusioni dell’inchiesta, compresa la richiesta di risarcimenti. Per la verità quella di Plachimada, località rurale nel distretto di Palakkad, nello stato del Kerala, è una vecchia storia. Qui la Coca-Cola aveva aperto nel 2000 uno stabilimento per imbottigliare le sue bibite gassate con licenza del locala panchayat, il consiglio elettivo di villaggio. Poi però è risultato che pompava 1,5 milioni di litri al giorno da sei pozzi. In breve, Plachimada e i villaggi circostanti sono rimasti all’asciutto, i pozzi pubblici di acqua potabile erano prosciugati, l’acqua per l’agricoltura scomparsa. Nel 2003 dunque il panchayat non ha rinnovato la licenza. La Coca-Cola ha fatto ricorso.
E’ COMINCIATA COSI’ UNA BATTAGLIA POPOLARE

finita in un lungo «assedio» di massa allo stabilimento. Alla fine del 2003 una sentenza della High Court (l’Alta corte statale) del Kerala ha dato ragione al panchayat di Plachimada: diceva che lo stato ha «il dovere legale di protegge le risorse naturali. Queste risorse intese per l’uso e il beneficio pubblico non possono essere convertite in proprietà privata». Nel febbraio del 2004 il governo del Kerala ha dunque chiuso lo stabilimento. La storia non è finita, però, perché la multinazionale delle bibite e l’ente locale di Plachimata hanno continuato a combattersi in corsi e ricorsi legali. Ecco che ora arrivano le conclusioni dell’inchiesta voluta dallo stato del Kerala. La commissione di esperti – legali, ambientali, esperti in salute pubblica e in gestione idrica – ha disegnato un pesante quadro di «danni multi-settoriali». La Coca-Cola Company, afferma, «ha causato degrado ambientale con il sovrasfruttamento della falda idrica e l’irresponsabile pratica di disperdere i reflui». Già: tra il 1999 e il 2004 la compagnia ha sparso i reflui dello stabilimento nei terreni circostanti, spesso distribuiti agli agricoltori locali come compost. «Le risorse idriche della zona sono state minate e si è creata scarsità d’acqua», conclude l’inchiesta. Non solo: «Presentando i reflui come concime, la Compagnia non solo ha ingannato gli agricoltori ma si è resa responsabile del degrado dei suoli, la contaminazione dell’acqua e le conseguenti perdite nel settore agricolo». Nota la commissione d’inchiesta che la zona ha registrato un costante declino della produzione agricola. Che metalli tossici come cadmio, piombo e cromo sono stati rilevati in quei reflui contrabbandati come «concime», con conseguenti danni alla salute della popolazione. Acqua e terreni sono risultati contaminati. L’acqua potabile è diventata scarsa e le donne dei villaggi devono camminare lunghe distanze per procurarsela, a scapito dei lavori con cui si procuravano un reddito. La commisisone d’inchiesta conclude con una raccomandazione: di non accordare alla compagnia il permesso di riprendere le operaaioni in quella zona ormai in preda alla siccità.

fonte : http://www.ilmanifesto.it

Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio

 
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Pubblicato da su 5 marzo 2012 in Attualità

 

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NEL 2012 NON CI SARA’ LA FINE DEL MONDO BENSI’ LA FINE DI INTERNET LIBERO !!


SEMBRA CHE CON IL 2012

sia partito anche l’assalto alla libertà del web. Il prossimo 27 febbraio inizierà a Ginevra un incontro diplomatico il quale potrebbe assegnare alle Nazioni Unite un potere senza precedenti in termini di controllo della rete. Ne parla il Wall Street Journal.

CONTROLLARE IL WEB

Le grandi potenze sembrano coalizzate, altro che Iran o Siria. Russia, Cina e dozzine di altri paesi vogliono arrivare, entro la fine dell’anno, a un controllo globale della rete sotto l’egida dell’Onu, come confermato nel giugno 2011 dal primo ministro russo Vladimir Putin, secondo il quale “è obiettivo mio e dei nostri alleati di instaurare un controllo internazionale su Internet”. Il controllo avverrebbe attraverso l’International Telecommunication Union, controllata direttamente dall’ONU.

NEL 1988 IN AUSTRALIA

Si tratta, potenzialmente, della più grande rivoluzione nel mondo del web dal 1988. In quell’occasione, 114 delegati provenienti da tutto il Pianeta si trovarono in Australia per siglare un trattato che liberalizzava le comunicazioni internazionali. Così facendo Internet divenne una specie di “porto franco” libero da ogni vincolo. Si trattò del più importante caso di “deregulation” della storia. Da quel momento in poi la rete conobbe una crescita verticale, grazie soprattutto agli accademici e alle organizzazioni non governative, che compresero subito le potenzialità di questo nuovo canale.

SEDICI ANNI DI CRESCITA

Nel 1995 erano sedici milioni le persone che avevano accesso al World Wide Web. Sedici anni dopo, il numero è cresciuto a oltre due miliardi, e ogni giorno che passa mezzo milione di persone accede alla rete. A cosa è dovuta la crescita verticale nell’uso di Internet? Probabilmente al fatto che i vari governi non ci avevano mai messo gli artigli sopra. L’avvento di smartphone, tablet, notebook ha aumentato ancora di più la penetrazione del web nelle nostre vite, trasformando la rete, molto probabilmente, nella scoperta tecnologica più importante della storia umana.

LA RETE TENTACOLARE

Tutti sono collegati. Un contadino disperso con le sua fattoria nel cuore dell’Australia potrà acquistare un prodotto a New York, con buona pace del negoziante di paese. Una mamma può cercare sul web la medicina adatta a suo figlio. Basta un telefonino e si può lasciare a casa il computer ed è possibile comunicare liberamente e senza censure. Non dimentichiamo neanche il ruolo avuto dalla rete nell’evoluzione del mercato del lavoro mondiale. Per ogni impiego perso per colpa di Internet, sono state assunte per merito della rete 2.6 persone, le quali operano senza il controllo del governo.

LE PROPOSTE

Eppure sembra che Russia, Cina, i loro alleati e i 193 membri dell’ITU vogliano modificare gli accordi del 1988, allungando le loro fredde mani su quanto era stato “liberato”. Il prossimo dicembre, a Dubai, le seguenti proposte potrebbero diventare realtà, e al solo pensiero c’è da tremare:

1) Porre sotto controllo internazionale la sicurezza della rete e la tutela della privacy;

2) Permettere alle compagnie telefoniche straniere di addebitare il traffico web internazionale, probabilmente attraverso una tariffazione “a click”, per foraggiare le casse dello Stato e della compagnia in questione;

3) Imporre regolamenti economici senza precedenti su tariffe, termini e condizioni attualmente non regolamentati come il “peering”;

4) Creare domini “ITU” che verranno distribuiti dall’ICANN, l’entità no-profit che gestisce gli indirizzi web di tutto il mondo;

5) Mettere sotto controllo intergovernativo tutti i gruppi ed enti che consentono a Internet di operare;

6) Modificare le tariffe del roaming internazionale.

INDIA E BRASILE APPROVANO

Lo so. Lo state pensando. Con la scusa della sicurezza cercano di legare le mani degli utenti chiedendo anche più soldi per continuare a vivere come adesso. Alcuni paesi in via di sviluppo, India e Brasile su tutti, sembrano molto interessati alle proposte che verranno discusse a Ginevra. Il fatto che molti Paesi conosciuti per il loro pugno duro nei confronti della libertà di espressione sul web stiano sponsorizzando la probabile entrata in vigore di queste norme lascia perplessi.

MEGLIO IL DIALOGO

Non si tratta di rifiutare in tutto e per tutto di modificare il mondo del web. Ma anziché calare la decisione dall’alto modello scure, forse sarebbe più sensato trovare un dialogo tra le parti, garantendo prima di tutto la tutela della libertà di un posto ormai ritenuto “sacro” da centinaia di migliaia di persone. Non si possono neanche dimenticare i benefici che un Internet libero ha garantito all’umanità, in termini di sviluppo di conoscenze, di possibilità lavorative, d’interazione sociale.

LA BUROCRAZIA CHE UCCIDE

Così facendo sembra si voglia dare ragione a quei Paesi che auspicano il controllo del Web. Un internet “balcanizzato” sarebbe insostenibile per il mercato attuale. Acuirebbe e di molto la sovranità nazionale e limiterebbe la sua libertà. Internet crescerebbe nelle zone sviluppate a scapito di quelle arretrate, e bisognerà perdersi nella burocrazia per innovare ed investire. Il Cloud computing verrà demolito e saremmo tutti più poveri, oltre che più controllati.

QUEI 90 VOTI

La rete è un qualcosa privo di confini per sua stessa natura. Vincolarla, normarla, chiuderla, bloccarla, fermerebbe tutto il processo nato nel 1988, esploso a fine anni ’90 e tale per cui oggi ci sentiremmo persi senza una connessione web. La cosa migliore sarebbe tornare indietro. La modernizzazione è necessaria e costruttiva, ma non può essere accettata se è sinonimo di legaccio burocratico. La situazione è però molto grave.Lo statuto dell’ITU prevede che le decisioni vengano prese a semplice maggioranza, e non è previsto diritto di veto. Per approvare queste norme basterebbero 90 voti. Siamo a livello di “si dice”, e sinceramente si spera che resti così.Dopo tanto parlare di libertà negli ultimi anni, bloccare il web sarebbe una mossa suicida, prima ancora che incomprensibile.

fonte :http://www.ecplanet.com/node/3079

Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio.org

 
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Pubblicato da su 22 febbraio 2012 in Attualità

 

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CONTRO LA “MONSANTIZZAZIONE”DEL CIBO PARTE UN APPELLO


SI SA IL CONTROLLO DELL’INTERA PRODUZIONE ALIMENTARE PASSA NELLE MANI DELLE MULTINAZIONALI BIOTECH

con una elaborata strategia globale, focalizzata sull’inclusione nel mercato della materia vivente. Ma fino a che punto sarà permesso a colossi come Monsanto, Syngenta, Dupont e pochi altri, di richiedere brevetti sui vegetali geneticamente modificati (rilasciati a partire dagli anni ‘80 dopo l’approvazione di leggi brevettuali che avevano consentito di privatizzare la materia vivente) e brevetti sui vegetali prodotti in modo tradizionale, ossia senza modifiche genetiche?A chiederselo, dopo che molte delle suddette richieste brevettuali sono già state accolte, è stato recentemente il Comitato Scientifico di Equivita, organo operativo del “Fondo Imperatrice Nuda”, “punto di riferimento per tutti i medici e scienziati che – liberi dai condizionamenti di una cultura che antepone profitti commerciali e gratificazioni professionali al progresso ed alla salute del cittadino – vogliano far sentire la loro voce per un totale rinnovamento delle metodologie di ricerca e della cultura scientifica”.
Richiedere di brevettare la materia vivente sembra essere diventata una pratica fin troppo diffusa. Basti pensare che, tra il 2007 e la fine del 2009, il numero di richieste giacenti nel settore è raddoppiato. Ma che c’entrano le bistecche e la pancetta? Che cosa porta queste aziende a pensare di includere nei loro brevetti l’intera filiera della produzione alimentare, includendovi mangimi animali, animali d’allevamento e prodotti alimentari stessi?

FACCIAMO ALCUNI ESEMPI 
1) Nella richiesta di brevetto WO2009097403 la Monsanto esige diritti sulla pancetta e le bistecche, perché derivanti da suini nutriti con vegetali di suo brevetto

2) Analoga richiesta è stata depositata per pesci di acquacoltura (marzo 2010)

3) Di portata ancor più ampia alcuni brevetti già concessi, come quello ottenuto dalla Monsanto nel 2009 che, partendo dalle sementi di piante ogm, arriva ai prodotti alimentari che ne derivano, come la carne e l’olio (fonte equivita.it).

“Poiché mancano regole internazionali contro simili monopoli – denuncia il Movimento Equivita – siamo tutti presi nella stessa trappola: consumatori, agricoltori e produttori. Il rischio (o la certezza, salvo interventi tempestivi) è che con questo tentativo immorale di approfittare di leggi brevettuali molto ambigue e discutibili, si giunga a mettere l’intera produzione di cibo del pianeta nelle mani di due o tre aziende, precipitando tutti noi in un regime di controllo totalitario, che distruggerà la biodiversità naturale e che, privilegiando i profitti delle industrie (che per regola devono essere massimizzati, poiché, a differenza dei governi, le industrie non sono nate per tutelare il benessere della collettività) aumenterà la fame nel pianeta, che già attanaglia più di un miliardo di persone”.

IN INDIA LA CRESCENTE CONCENTRAZIONE DEI MERCATI

ed il conseguente (notevole) incremento dei prezzi ha portato centinaia di contadini al suicidio (ne parla anche il documentario inchiesta di Marie-Monique Robin “Il Mondo secondo Monsanto”); una sorta di anticipo, secondo Vandana Shiva, della corsa al suicidio dell’umanità, consegnata al modo di produzione capitalistico ed alla cultura dell’Occidente, oltre che segno di insuccesso della società stessa, in quanto indice del fallimento di un sistema basato sull’egoismo, sulla produzione di ricchezza che antepone il profitto di pochi al benessere generale. Intanto negli USA il Dipartimento di Giustizia ed i Procuratori generali di diversi Stati stanno già accertando se la Monsanto abbia abusato del proprio potere di mercato per escludere altri competitori ed aumentare il prezzo delle sementi.
Sembra quindi necessario aderire alla Coalizione “No Patents on Seeds” (“No ai brevetti sulle sementi”), sostenuta a livello mondiale da più di 200 organizzazioni e nata negli anni ’90 contro la Direttiva europea 98/44, che ha consentito in Europa la brevettabilità della materia vivente. Questa Coalizione esige che:

– i Governi rivedano le leggi sui brevetti, in modo da escludere i brevetti sulla materia vivente, ovvero sulle sementi, sugli animali e parti di essi, come pure sulle parti del corpo umano (anche questi ultimi brevetti – in particolare quelli sui geni – sono attualmente messi fortemente in discussione negli USA);

– gli Uffici Brevetto dei singoli Stati applichino sin d’ora un netto cambiamento di politica e di pratica, tutelando il bene comune.

La coalizione ha lanciato un appello, chiedendo che “i brevetti sulle sementi e gli animali da allevamento siano vietati in tutto il mondo”, e che “le autorità politiche e gli uffici brevetto intervengano al più presto per bloccare la concessione di brevetti su piante e animali ottenuti mediante riproduzione convenzionale, nonché su sequenze di DNA utilizzate con tecnich
fonte : http://www.terranauta.it/

Redatto da Pjmanc: http://ilfattaccio.org

 
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Pubblicato da su 16 febbraio 2012 in Multinazionali

 

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IN INDIA 12 CASI DI “SUPER TBC”…E’ RESISTENTE A TUTTI I FARMACI


UNA SUPER TBC RESISTENTE A TUTTI I FARMACI ANTI TUBRCOLOSI

sta seminando il panico in India dove si sono già registrati 12 casi. L’allarme è scattato a Mumbai, città densamente popolata, e ora si teme la rapida diffusione della malattia. La notizia è riportata online sul sito del ‘New Scientist’. Dei 12 pazienti su cui è stata attualmente confermata la presenza di questo ceppo resistente, “3 sono morti”, riferisce Zarir Udwadia dell’Hinduja National Hospital and Medical Research Centre di Mumbai. Udwadia è anche a capo del team che ha diagnosticato i 4 casi oggetto di uno studio appena pubblicato.”Sappiamo che un paziente ha trasmesso la super tubercolosi alla figlia”, spiega. “Si stima che in media una persona malata di Tbc contagi in un anno altri 10 o 20 soggetti con cui entra in contatto, e non ci sono ragioni per sospettare che questo ceppo sia meno trasmissibile”, avverte. Per i pazienti le prospettive sono tristi: “Messa in quarantena in ospedali con aree attrezzate per l’isolamento fino al momento in cui diventano non infettivi, nient’altro si può fare per prevenire la trasmissione”, dice Udwadia.

LA PREOCCUPAZIONE

prosegue, è che se continua a diffondersi questo ceppo, la tubercolosi tornerà a essere incurabile e i pazienti potranno fare affidamento solo sul loro sistema immunitario, più che su un intervento medico, per superare la malattia. Scenari simili riportano indietro nel tempo, a circa un secolo fa.Sulla super Tbc indiana l’Organizzazione mondiale della sanità sta organizzando con urgenza un incontro per decidere quali saranno i prossimi passi da fare. “Tutto questo era stato previsto”, osserva Paul Nunn, coordinatore del dipartimento Stop TB dell’Oms a Ginevra. “E’ un campanello d’allarme che deve richiamare tutti i Paesi, è necessario accelerare l’approvvigionamento di cure adeguate, in particolare per pazienti con tubercolosi multiresistente”.Per Ruth McNerney, ricercatrice che si occupa di Tbc nella London School of Hygiene and Tropical Medicine, “è molto preoccupante, ma purtroppo inevitabile, assistere al graduale emergere di questi casi di resistenza ai farmaci. E’ come guardare un film dell’orrore al rallentatore”.

NEI PRIMI ANNI 90 COMPARE LA TBC “MULTIDRUG-RESISTANT”

(Mdr, multiresistente), che non risponde più ai farmaci di prima linea come isoniazide e rifampincina. Nel 2006 la situazione peggiora con l’arrivo della Tbc ‘extensively drug-resistant’ (Xdr), ceppo che ha sconfitto anche tutti i costosi trattamenti di seconda linea. Ora sotto i riflettori finisce la Tbc ‘Totally drug-resistant’ (Tdr), resistente a tutti a tutti farmaci disponibili. I primi due casi sono stati segnalati proprio in Italia nel 2007. Poi è stata la volta dei 15 pazienti registrati in Iran nel 2009, e oggi dell’India. Udwadia accusa: l’emergere di una MULTIDRUG-RESISTANT” è legato alla cattiva gestione del ceppo multiresistente che ha amplificato il livello di ‘invlunerabilità del batterio.E se l’India ha fatto progressi nel controllo della Tbc classica, non altrettanto è successo con quella multiresistente, che già nel 2006 colpiva 110mila indiani, anche perché i farmaci per curarla sono molto costosi. I pazienti devono rivolgersi a professionisti privati per chiedere aiuto e raramente ricevono un trattamento adeguato. “Dobbiamo svegliare i politici”, incalza McNerney. “Dobbiamo aspettare finché la malattia non inizia ad arrivare nel Regno Unito e negli Usa in aereo, o dobbiamo agire ora?”.

– Grazie De-

Fonte : http://www.adnkronos.com

Redatto da Pjmanc  http://ilfattaccio.org


 
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Pubblicato da su 14 gennaio 2012 in News

 

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IL RUOLO DELLA CINA NELLA CRISI ALIMENTARE GLOBALE


PAESI CON UNA GRANDE RICHIESTA DI MATERIE PRIME

Stanno studiando politiche per arginare il problema, anche se ancora una volta la responsabilità sembra essere quella della speculazione e la gestione dei prezzi. India, Cina e Paesi in forte sviluppo, hanno spostato l’ago della bilancia della richiesta, creando un problema relativo agli approvvigionamenti da parte del ricco Occidente. Per una volta gli Stati ricchi si vedono a pagar caro il prezzo di questa crisi, essendo esclusi spesso dai grandi Paesi produttori di riso, grano e sementi. Alcuni esponenti del governo cinese, hanno iniziato politiche di salvaguardia della produzione nazionale, inserendo dazi e riducendo le esportazioni di riso e grano. La Cina è fra i maggiori produttori e sta iniziando la colonizzazione di aree adatte alla coltivazione, negli Stati africani e Sud americani. Lo stesso approccio sembra essere seguito da India e Corea del Sud, una soluzione che tuttavia sembra essere poco efficace rispetto al fabbisogno mondiale.

 

LA STESSA CINA E INDIA

Vedono un fabbisogno nazionale di materie prime alimentari, nettamente superiore alla maggior parte dei Paesi nel mondo. I volumi di tale produzione raggiungono quasi la metà della richiesta globale. Lo stato cinese, maggior produttore di grano al mondo, si vede a dover importare il grano per coprire i fabbisogni locali, affamando di fatto i Paesi che non possono produrre tale ricchezza. Nel 2007 la Cina ha prodotto 501.5 milioni di tonnellate di grano contro un fabbisogno nazionale di 510 milioni di tonnellate. Questo ovviamente lascia poco spazio alle esportazioni, creando quello che oggi risulta essere il problema principale per l’intera economia mondiale. La corsa al grano sta rimpiazzando la soia ed il riso, modificando la tradizione alimentare cinese.

 

IL FUTURO VEDRA’ POLITICHE SEMPRE PIU’ RESTRITTIVE

I Paesi produttori saranno gli artefici dei cambiamenti economici globali, ai danni di chi non può sostenere la produzione di materie prime. Oltre a questo problema, nessuna organizzazione mondiale riesce a fornire risposte soddisfacenti alla crisi alimentare, gli Stati continuano a soffrire problemi legati alla fame, anche l’Occidente sembra risentire di questa tendenza. A meno di misure strutturali concrete, nei prossimi mesi ci sarà un forte aumento legato ai prezzi delle materie prime, la situazione mondiale subirà una nuova destabilizzazione. Aumenteranno proteste e sommosse popolari, per lasciar spazio a politiche restrittive, a drastiche riduzioni delle libertà individuali.

 

 

 fonte : http://freenfo.blogspot.com

 Redatto da Pjmanc:  http://ilfattaccio.org

 
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Pubblicato da su 29 dicembre 2011 in Attualità

 

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