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IL NOSTRO SPRECO QUOTIDIANO? Quasi metà del cibo del mondo


 

SECONDO LE STIME DEL ONU

nel 2075 la popolazione mondiale toccherà i 9,5 miliardi di persone, ovvero 3 miliardi di bocche in più da sfamare e da dissetare. Ecco perché come denuncia lo studio Global food, Waste not, Want not della britannica l’Institution of Mechanical Engineers (Ime), un’autorevole associazione di ingegneri, non possiamo più permettere che “La metà del cibo che viene prodotto nel mondo, circa due miliardi di tonnellate, finisca nella spazzatura, benché sia in gran parte ancora commestibile”. Le cifre non lasciano dubbi: tra il 30% e il 50% degli alimenti preparati per il consumo non arrivano mai nei piatti dei consumatori e questo a fronte di una sempre maggiore pressione sulle risorse naturali. Solo in Gran Bretagna ogni anno si sprecano 7 milioni di tonnellate di alimenti, per un valore totale di 10 miliardi di sterline, il che pesa nel portafogli di ciascuna famiglia per circa 600 sterline all’anno.Ma come è stato possibile sostituire il nostro pane quotidiano con questo nostro spreco quotidiano?

 

NEL DOSSIER INGLESE

emergono tra i fattori principali di questo immenso dispendio alimentare mondiale le pessime condizioni di conservazione, le rigide date di scadenza, le operazioni di marketing del tipo prendi tre paghi due e le esigenze dei consumatori che normalmente prediligono cibi esteticamente perfetti. “La quantità di cibo sprecato e perso in tutto il mondo è sconcertante – ha spiegato il responsabile del settore energia e ambiente dell’Ime, Tim Fox – e le ragioni di questa situazione risalgono principalmente alle pratiche tipiche della società consumistica, che spinge i consumatori a privilegiare la quantità e l’aspetto estetico piuttosto che la sostanza dei prodotti alimentari”.Non è raro, si legge nel rapporto, che “Le numerose promozione dei prodotti nei supermercati incoraggino i clienti ad acquistare quantità eccessive di beni, che, nel caso dei prodotti alimentari deperibili, inevitabilmente generano sprechi in casa”. Allo stesso tempo i “Grandi supermercati, per soddisfare le aspettative dei consumatori, spesso rifiutano i raccolti di frutta e verdura perfettamente commestibili già presso l’azienda agricola in quanto non conformi alle norme di commercializzazione e alle loro rigorose caratteristiche fisiche”. La situazione più grave in questi casi riguarda le verdure coltivate: “il 30 per cento di queste, infatti, non vengono neanche raccolte per via del loro aspetto non conforme agli standard proposti dal mercato”.

 

NON MENO GRAVI

anche se di diversa natura, sono le problematiche dei paesi impoveriti, come quelli dell’Africa sub-sahariana e del Sud-Est asiatico, dove invece, “lo spreco si deve principalmente al sistema di distribuzione e di conservazione”. Qui una raccolta inefficiente, l’inadeguato trasporto locale e le scarse infrastrutture fanno si che i prodotti siano spesso trattati impropriamente e conservati in condizioni non idonee fin dall’origine della filiera alimentare.Ma per gli ingegneri dell’Ime sprecare il cibo significa perdere non solo “il supporto nutrizionale che potrebbe essere usato in prospettiva per far fronte ai bisogni di chi soffre la fame oggi”, ma anche compromettere preziose risorse quali la terra, l’acqua e l’energia. Ecco perché in una società globale affrontare il problema dei rifiuti alimentari diventa sempre più importante per risolvere una serie di problemi relativi alla tutela di un ambiente capace di far fronte all’aumento della popolazione. Si tratta di una sfida delicata perché “Un ulteriore aumento delle zone destinate all’agricoltura – ha spiegato Fox – non è più possibile su scala mondiale senza incidere negativamente su ciò che resta degli ecosistemi naturali del mondo e sulla produzione di biomassa come fonte di energia”. Analogamente a seconda di come il cibo viene prodotto in relazione alle tendenze demografiche, la domanda di acqua nella produzione alimentare potrebbe diventare tra pochi anni da 2,5 a 3,5 volte superiore al totale dell’acqua dolce impiegata fino ad oggi. Per questo “Sebbene i metodi di irrigazione a goccia siano più costosi da installare, diventano quasi obbligatori visto che possono essere fino al 33% più efficienti in termini di consumo, oltre ad essere in grado di portare i fertilizzanti direttamente alla radice delle piante”.

 

IN PROSPETTIVA FUTURA

le diete a base di carne complicano ulteriormente la situazione considerando che, per l’allevamento degli animali, lo sfruttamento delle risorse idriche è molto più elevato: “per un chilo di carne, infatti, serve acqua in quantità tra 20 e 50 volte più elevata che per l’equivalente in vegetali”. Nella contabilità degli sprechi per gli autori di Global food, Waste not, Want not questo dato si aggiunge “al consumo dei 550 miliardi di metri cubi l’anno di acqua utilizzata per produrre il cibo finito nei rifiuti”.Per tamponare lo spreco, in Italia Slow Food, al pari di molte altre associazioni territoriali, si è impegnata nella riduzione degli sprechi, collaborando attivamente in diverse Regioni italiane con la realizzazione di Last Minute Market, società spin-off dell’Università di Bologna che operano su tutto il territorio nazionale sviluppando progetti territoriali volti al recupero dei beni invenduti o non commercializzabili a favore di enti caritativi e con la pubblicazione di edizioni come quelle della collana Mangiamoli giusti (.pdf) con precise e utili indicazioni sullo spreco di cibo, lo smaltimento e i consigli per modificare in meglio le nostre abitudini alimentari.Ma per contrastare lo spreco mondiale di cibo queste piccole e lodevoli iniziative non bastano. “I Governi, le Agenzie per lo sviluppo e le Nazioni Unite devono lavorare insieme per aiutare le persone a cambiare mentalità in materia di rifiuti e sprechi – ha assicurato Tim Fox – scoraggiando le pratiche strutturali di spreco di contadini, produttori di cibo, supermercati e soprattutto di noi consumatori”. Una rivoluzione che potrebbe confermare il calo del 7% dei prezzi alimentari nell’indice Fao 2012 con “una inversione di tendenza sulla situazione che prevaleva nel luglio scorso, quando i prezzi in forte rialzo facevano temere una nuova crisi alimentare” e nuove speculazioni sul cibo e sulla fame. Materia degna dell’attenzione anche dell’Expo 2015.

Sritto da – Alessandro Graziadei
Fonte
Redatto da Pjmanc: http://ilfattaccio.org

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Pubblicato da su 7 marzo 2013 in Attualità

 

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CONDIVIDERE IL CIBO – Ecco come


DOPO L’AUTO ELETTRICA E LA BICICLETTA PER I TRASPORTI ARRIVA ANCHE LA CONDIVISIONE DEL CIBO

E’ il foodsharing, ma invece di nascere in Italia, patria del buon cibo, nasce in Germania. L’auspicio è che il nostro paese segua a ruota.La cosa sta prendendo piede in Germania per iniziativa di Valentin Thum e Stefan Kreutzberg, due persone che hanno deciso di dire no allo spreco di cibo. Dall’idea sono passati subito al progetto concreto attraverso un sito che ha il compito di gestire operativamente lo scambio di cibo. Da una recente indagine, è emerso che in Germania 1 panino su 5 finirebbe nell’immondizia assieme a molti altri avanzi di cibo che in totale porterebbe nelle discariche 500.000 tonnellate di cibo all’anno.

 

OTTIMIZZARE LE RISORSE DEL CIBO

permetterebbe alle mense dei poveri di funzionare con più varietà di alimenti e di dare l’opportunità a tutti di cibarsi in modo sufficiente. Il metodo individuato dai due ragazzi tedeschi è semplice: ci si registra al sito foodsharing.de e si evidenza quello che si può donare, quando scadrà e dove ci si trova. Dopo Colonia, è attivo già in varie città tedesche tra cui Berlino. L’idea è di dare sia a privati che negozianti e produttori una piattaforma che organizzi un servizio di raccolta degli alimenti in surplus e lo faccia gratis. Il cibo potrà anche essere cucinato per un gruppo di persone o assieme a degli amici, così da non buttare via l’equivalente annuo di 22 miliardi di euro come accade oggi. Il motto da seguire è ‘non dare da mangiare agli altri quello che tu non vorresti mangiare’. Un progetto analogo, ma solo per le mense scolastiche, è attivo in Canada e grazie a un ente no-profit anche in Inghilterra.

di Alexis Myriel

> Fonte

Redatto da Pjmanc: http://ilfattaccio.org

 
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Pubblicato da su 5 marzo 2013 in Attualità

 

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BIG FOOD – Il cibo non è più libero


 

 

BIG FOOD COME BIG FARMA

Un gruppo di imprese multinazionali che controllano il mercato degli alimenti, così come Big Pharma controlla quello dei farmaci. E come, potremmo aggiungere, Big Tobacco controlla quello delle sigarette, Big Alcohol quello delle bevande alcoliche e Big Drink quello delle bevande gassate. Ma tabacco e alcol fanno decisamente male e potremmo farne a meno. Del cibo invece non possiamo fare a meno, non possiamo non alimentarci; ma ciò che mangiamo è direttamente correlato al nostro stato di salute. Da qui l’interesse della rivista PLoS Medicine, una rivista open access che permette di scaricare gli articoli con i testi completi e di leggerli e diffonderli gratuitamente. Perché PLoS Medicine si interessa di Big Food e vi dedica 7 articoli? Perché viviamo in un mondo dove un miliardo di persone soffre la fame e, ironia della sorte, due miliardi sono obesi o sovrappeso. Perché dirigenti e consulenti di Big Food sono presenti in tutti i consessi nazionali e globali dove si disegnano politiche per la salute. Perché Big Food finanzia e sponsorizza ricerca e sviluppo in salute e nutrizione, con un grande impatto sulle politiche di cui sopra. Perché molte multinazionali degli alimenti e delle bevande si stanno riposizionando sul mercato come imprese per la nutrizione e la salute. Perché in tutto ciò vi sono evidenti conflitti d’interesse. Leggiamo e discutiamone.

Fonte
Redatto da Pjmanc: http://ilfattaccio.org

 
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Pubblicato da su 21 febbraio 2013 in Multinazionali

 

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CIBO E PLASTICA – Un’accoppiata pericolosa?


I CONTENITORI DI PLASTICA UTILIZZATI PER CONSERVARE I CIBI SONO DIFFUSI IN TUTTE LE NOSTRE CASE

Ma vi siete mai chiesti se sono creati con materiale adeguato per poter entrare in contatto con ciò che mangiamo?Prendete il vostro contenitore e leggete il numero scritto sotto: corrisponde alla materia plastica con cui esso è costruito. Se il numero è 3 significa che il vostro contenitore è composto da PVC (cloruro di polivinile) che contiene DEHA, una sostanza potenzialmente tossica. Se invece trovate il numero 7 allora il vostro contenitore è composto da policarbonato che contiene BPA, una sostanza altamente tossica e nociva per l’organismo umano.A riguardo ci sono diversi studi: alcuni minimizzano riguardo la pericolosità di queste sostanze (basta produrre oggetti con la quantità minima accessibile), altri mettono in allerta sui possibili rischi.Ciò che si sa con certezza è che il BPA in gravidanza o in allattamento passa nel flusso sanguigno materno ed arriva fino al bambino. Il Canada ha deciso di mettere al bando qualsiasi oggetto di plastica contenente BPA, l’Europa ha detto no ai biberon contenenti questa sostanza.

ECCOVI UNA TABELLA CON LE CODIFICHE EUROPEE RIGUARDO AI VARI TIPI DI PLASTICHE

Le plastiche considerate idonee per la conservazione dei cibi sono le numero 1,2,4 e 5.Ed ora alcune raccomandazioni dell’Istituto Superiore della Sanità:“L’idea di eliminare in toto l’esposizione BPA è, al momento, chimerica; le autorità preposte alla regolamentazione stanno adottando provvedimenti atti a tutelare i gruppi più vulnerabili all’esposizione: ad esempio, nel 2011 l’Unione europea vieterà la produzione prima (marzo) e la vendita poi (giugno) di biberon in policarbonato contenenti BPA (15). Nel frattempo possiamo, almeno, cercare di ridurre l’esposizione al BPA seguendo semplici passi, quali:-Non usare contenitori alimentari in policarbonato nel microonde. Il policarbonato è forte e durevole, ma con l’usura causata dal tempo e dalle temperature elevate potrebbe rilasciare BPA.-Ridurre l’uso di cibi in scatola, in particolare per i cibi caldi o liquidi. Optare, invece, per vetro, porcellana o contenitori di acciaio inox senza rivestimenti interni in plastica.-Se si vive in un paese extra-UE, scegliere biberon privi di BPA.-Quando si usa una bottiglia di acqua in plastica, non ri-utilizzare più volte.-Adottare una accurata igiene orale in modo da ridurre la necessità di cure dentali.- Indossare i guanti se si maneggiano molti scontrini in carta termica.“E ricordatevi questi suggerimenti: non utilizzate contenitori ormai vecchi o graffiati, prima di mettervi il cibo da conservare attendete che si sia raffreddato, preferire alla plastica o alla pellicola trasparente contenitori di acciaio inox, vetro, pirex, terracotta, ceramica, stoffa e carta: sono più adatti alla conservazione sana e sicura dei cibi e sono anche ecologici considerando che la plastica non è biodegradabile!

Fonte: http://www.greenme.it

Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio.org

 
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Pubblicato da su 8 dicembre 2012 in Attualità

 

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I PADRONI DEL CIBO


LA TERRA E’ UNO STRANO POSTO

Se la guardate con gli occhi di Raj Patel. Le persone in sovrappeso sono un miliardo, mentre 800 milioni sono quelle che soffrono la fame. Ogni anno le multinazionali del cibo mettono sul mercato 15-20 mila nuovi prodotti alimentari, ma nei paesi in via di sviluppo è in corso un’epidemia di suicidi tra gli agricoltori che vanno in rovina per via dei mercati globali.”Per ogni dollaro speso per promuovere alimenti naturali si spendono 500 dollari per pubblicizzare junk food”, spiega Patel. Ma chi è Patel? E perché è diventato famoso? La risposta (minimalista) è: è un sociologo che si occupa del cibo, globalizzato e non, che mangiamo. Ed è egli stesso un prodotto della globalizzazione.Sua madre viene da una famiglia di impiegati pubblici del Kenya, suo padre dalle miniere delle isole Fiji. Lui è nato a Londra, ha studiato a Oxford, ha lavorato alla Banca mondiale e al Fondo monetario di Washington, esperienza che lo ha trasformato in uno dei più agguerriti critici delle due organizzazioni. Un uomo che conosce l’universo mondo, compresi i sapori e i profumi di quel che si mangia.Oggi Patel insegna a Berkeley, in California, e il libro che ha pubblicato, ‘Stuffed & Starved’ (rimpinzati e affamati), in uscita in Italia da Feltrinelli con il titolo ‘I padroni del cibo’, è un bestseller, ed è diventato un testo chiave, lodatissimo anche da Naomi Klein, per tutti quelli che indagano su che cosa sta succedendo al cibo che mangiamo. O meglio, per tutti coloro che sono convinti che è il cibo la chiave del potere (economico, culturale, politico) nel XXI secolo.

L’INTUIZIONE CHE HA PORTATO PATEL A UN TALE SUCCESSO E’ SEMPLICE

Il peccato capitale della nostra economia è avere dimenticato che il cibo non è una merce come le altre . Il cibo è prima di tutto cultura, e lo è per diverse ragioni tutte ugualmente importanti: perché al cibo sono legate tradizioni culinarie antiche, sapori e odori che fanno parte del sentire collettivo, dell’identità e della geografia stessa, ma anche perché l’agricoltura è il necessario complemento di questa tradizione e rappresenta il motore fondamentale delle economie regionali, specie nei paesi poveri.Già il movimento dei no global, di cui Patel fa parte, fino dagli esordi, aveva provato a lanciare questa operazione culturale alla fine degli anni Novanta. Quel movimento, in Occidente, è stato spazzato via dall’11 settembre, dopo una fiammata tra il 1999 e il 2001, da Seattle a Genova. Ma quelle idee hanno continuato a scavare, e in questi ultimi anni la discussione sul ruolo del cibo ha assunto importanza centrale.E non si tratta solo di militanti. Per capire il ruolo che il cibo, dalla sua produzione e fino al nostro modo di stare a tavola, ha assunto nel nostro immaginario, basti citare alcuni film di questi anni: da ‘Supersize Me’, denuncia del fast food di Morgan Spurlock, a ‘Sideways’ di Alexander Payne in cui fare e gustare lentamente il vino è associato all’idea dell’amicizia, a ‘Couscus’ di Abdel Kechiche dove l’ottima cucina rende possibile l’integrazione di una famiglia di immigrati in una cittadina francese in crisi.

E POI CI SONO I LIBRI DENUNCIA

Nel 2001 fece scandalo Eric Schlosser con il suo ‘The Fast Food Nation’, che metteva a nudo le miserie delle grandi catene di ristorazione americane. Poi Paul Roberts, con ‘The End of Food’, ha svolto un’inchiesta sulla fragilità della catena produttiva che porta cibo scadente sulle nostre tavole. Michael Pollan (’In Defence of Food: An Eater Manifesto’) si è scagliato contro una cultura alimentare più attenta alla chimica che alla qualità. E Taras Grescoe, in ‘BottomFeeder’, ha raccontato la crisi ecologica del pesce negli oceani.La novità è che Patel mette insieme tutti i pezzi di questo mosaico in una visione unitaria che comprende gli affamati del Terzo mondo e gli obesi di casa nostra, cercando di capire che cosa è andato storto in un mondo in cui la tecnologia potrebbe consentire a tutti di mangiare decentemente e di mantenere la propria identitàl libro di Patel è stato al centro dell’attenzione anche perché ha previsto con anticipo l’aumento dei prezzi degli alimenti dell’inverno scorso. Quell’evento ha indotto molti economisti a ripescare le previsioni catastrofiste di Thomas Malthus sulla possibilità che la produzione di cibo non fosse in grado di tenere il passo della crescita demografica. Malthus scrisse il ‘Saggio sul principio della popolazione’ 210 anni fa e nel frattempo tutti hanno pensato che quel suo testo fosse stato superato dall’innovazione tecnologica e dalla rivoluzione dei trasporti.E invece, all’inizio del XXI secolo, eccolo tornare alla ribalta come il tema centrale dell’umanità. Patel ci rassicura: Malthus aveva torto. Il cibo non manca, a soffrire di fame sono i poveri che non possono procurarselo, dice, ma per affrontare la questione della miseria bisogna incoraggiare i governi a difendere l’agricoltura anziché obbligarli a distruggerla. Per farlo basterebbe invertire le priorità: capire che il libero mercato dei prodotti alimentari è “una menzogna che ci viene venduta per ragioni propagandistiche”.

IN REALTA’ NEGLI STATI UNITI E IN EUROPA

Le grandi aziende agricole hanno accesso a enormi sussidi da parte dello Stato. Così, quando la Banca mondiale e la World trade organization obbligano i Paesi poveri a liberalizzare i loro mercati, intere culture e modi di vita vengono spazzati via. A maggio Patel, nel corso di un’audizione al Congresso Usa, ha definito lapolitica della Banca mondiale “ignominiosa”. E ha ricordato il caso del Ghana, dove negli anni ‘90 la produzione di riso copriva l’80 per cento dei consumi interni e quella di pollame il 95 per cento. Dopo la liberalizzazione imposta dalla Banca mondiale le produzioni locali sono crollate rispettivamente al 20 e all’11 per cento.E qui si arriva all’altro corno del dilemma: se ci sono tanti affamati, come mai ci sono anche tanti obesi? Semplice, perché la politica che porta una parte del mondo alla fame è nata nell’unico paese dell’universo, gli Usa, che non ha una tradizione alimentare e considera un’assurdità passare troppo tempo a tavola.

SI E’ INSOMMA OBESI PER MANCANZA DI CULTURA

Di identità, perché si ignorano quei gusti che altrove sono l’espressione del territorio e della geografia. Oltre un terzo degli americani non ha la più pallida idea della provenienza di ciò che mangia. Il 20 per cento delle decine di milioni che ogni giorno si nutrono di fast food lo consumano in automobile. Quella cultura ha fatto proseliti e nel mondo la grande M della McDonald’s è oggi un simbolo più conosciuto della croce cristiana.Fame e obesità sono due fenomeni contigui e persino negli Stati Uniti questa prossimità è evidente. Qui ci sono 35 milioni di persone che talvolta nel corso dell’anno non hanno i soldi per comprarsi da mangiare. Ma in maggioranza sono obese, perché quando hanno i soldi si nutrono di alimenti di scarsa qualità: “E questo accade perché sono subornati da una cultura alimentare che incoraggia a mangiare cibo dannoso, che provoca diabete e malattie cardiache”. Le quattro maggiori multinazionali dell’alimentazione controllano il 50 per cento del mercato alimentare. La sola Unilever controlla il 90 per cento del mercato mondiale del tè.Patel ricompone in un’unica logica le battaglie diVandana Shiva, la militante indiana che non vuole cedere alle multinazionali la sovranità sulle sementi, e quelle di Carlo Petrini, il fondatore dello Slow Food che invoca il controllo delle comunità locali sulla qualità del cibo. Sono passati 20 anni da quando il Nobel Amartya Sen pubblicò il suo memorabile saggio su ‘Libertà e cibo’, sostenendo, contro i liberisti alla Milton Friedman, che la possibilità di procurarsi alimenti decenti va considerata una delle libertà fondamentali dell’uomo. Allora Sen parlava del Terzo mondo. All’inizio del nostro secolo la battaglia economica e culturale per il cibo ci riguarda tutti.

fonte : http://www.ilnuovomondo.it

Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio

 
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Pubblicato da su 23 marzo 2012 in Multinazionali

 

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MEMORIA COMPROMESSA DAL TROPPO CIBO!


MANGIARE DI MENO PER RICORDARE DI PIU’

Assumere troppe calorie indebolisce la capacità di ricordare. Lo afferma Assomensana (associazione di neuropsicologi), che in occasione della Settimana di prevenzione per la memoria, iniziata il 19 marzo, e in vigore fino al 24, spiega la dieta migliore per aumentare la funzione cognitiva.«La relazione tra eccesso di calorie e decadimento cognitivo – spiega Giuseppe Alfredo Iannoccari, presidente di Assomensana – di cui parla anche l’Organizzazione mondiale della sanità, è determinata non tanto dalla presenza delle calorie extra, ma dal tipo di alimentazione che gli individui assumono e che determina un surplus di energia».Secondo i dati dell’Oms, chi ogni giorno introduce tra le 2100 e le 6000 calorie si espone a molti rischi, come diabete e patologie cardiovascolari, correlati a cibi poco salutari, tra cui fritti e dolci.

ANCHE LA MEMORIA RISENTE DELLA SCARSITA’ DI NUTRIMENTI BENEFICI

e dell’abbondanza di sostanze potenzialmente nocive. Dedicarsi oltre il dovuto al mangiare impegna troppo il sistema digerente a scapito degli altri apparati, «perché nega – continua – il sufficiente apporto di sangue e ossigeno ad esempio alle aree cerebrali e alla loro espressione cognitiva».Per rallentare quindi il decadimento della memoria, il consiglio è, soprattutto agli anziani, di ridurre le calorie quotidiane e di modificare la dieta, limitando gli alimenti sazianti ma troppo grassi e preferendo quelli vegetali. «Di solito chi assume più calorie del necessario – conclude Iannoccari – sono anche coloro che mangiano più volentieri cibi ricchi di carboidrati, zuccheri e lipidi, dannosi per l’equilibrio fisico e mentale».In questa settimana sarà possibile prenotare un check-up neuropsicologico personale presso uno degli oltre 150 specialisti di Assomensana per avere indicazioni su misura su come migliorare la memoria con uno stile di vita sano, dieta adeguata ed esercizi di ginnastica mentale mirati.

Fonte: leggo.it
Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio

 
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Pubblicato da su 23 marzo 2012 in Attualità

 

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CIBI CONTAMINATI DAI METALLI PESANTI: ECCO L’ELENCO DELLE MARCHE DA EVITARE!


UN RECENTE STUDIO 

ha dimostrato che vi sono prodotti alimentari, regolarmente venduti in Italia e nel mondo, contenenti particelle di metalli pesanti altamente cancerogene, provenienti dal fumo di termovalorizzatori, nome nobile per definire gli inceneritori dei rifiuti. Queste microparticelle vengono ritenute dai due scienziati di Modena più pericolose delle macroparticelle dei gas di scarico delle auto, perché entrano nel nostro sangue e si annidano negli organi rimanendovi per sempre, aumentando il rischio di un cancro. Come al solito, in questi dibattiti, si dice tutto e il suo contrario. In questo caso però i due scienziati sono pronti a giurare sulle loro scoperte e ci informano di aver comunicato alle aziende interessate i risultati delle loro analisi. Le aziende hanno preferito non rispondere. Ogni consumatore, leggendo l’elenco che qui di seguito pubblichiamo, si comporti come meglio crede.

ECCO LE MARCHE E I PRODOTTI RISULTATI POSITIVI ALLE ANALISI SULLA PRESENZA DI METALLI PESANTI

1. PANE PANEM

2. CORNETTO SANSON

3. BISCOTTO MARACHELLA SANSON

4. OMOGENEIZZATI PLASMON AL MANZO/ AL PROSCIUTTO E VITELLO

5. CACAO IN POLVERE LINDT

6. TORTELLINI FINI

7. HAMBURGER MC DONALD

8. MOZZARELLA GRANAROLO

9. CHEWINGUM DAYGUM PROTEX PERFETTI

10. INTEGRATORI FORMULA 1 E 2 HERBALIFE

11. PANDORO MOTTA

12. SALATINI TINY ROLD (USA)

13. BISCOTTI OFFELLE BISTEFANI

14. BISCOTTI GALLETTI/GRANETTI/MACINE/NASTRINE DE MULINO BIANCO BARILLA

15. BAULETTO COOP

16. PLUMCAKE

17. GIORLETTO BISCOTTI

18. BISCOTTI RINGO PAVESI

19. PANE CARASAU I GRANAI DI QUI SARDEGNA

20. PANE CIABATTA ESSELUNGA

21. PANE MORBIDO MULINO BIANCO BARILLA

22. PANE ANGELI CAMEO

fonte : http://www.ersiliomattioni.it
Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio

 
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Pubblicato da su 6 marzo 2012 in Multinazionali

 

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