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L’UNIONE EUROPEA METTE AL BANDO LA MEDICINA NATURALE


COME ABBIAMO VISTO NEL DOCUMENTARIO

Plantas que curan, plantas prohibidas, l’Unione Europea, in pieno stile statunitense, si è dimenticata dei suoi cittadini. È dominata da lobbies impresariali e, siccome le piante e i rimedi naturali della nonna non sono redditizi per queste persone (tra l’altro anche perché troppo efficaci), l’UE ha disposto un regolamento affinché cose tanto semplici come coltivare, vendere o realizzare prodotti derivati da piante medicinali sia illegale. A meno che non abbiamo a disposizione milioni di euro per presentare gli studi e le interminabili scartoffie richieste e, con un po’ di fortuna, entro qualche anno ottenere che la nostra pianta sia qualificata come “sicura”, sebbene in molti casi si tratti di piante già utilizzate da migliaia di anni i cui benefici ottenuti dall’utilizzo sono noti a tutti.

 

DI RECENTE IL PARLAMENTO EUROPEO

e il Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea hanno ratificato il Regolamento 1924/2006/CE, in cui, molto ingiustamente, una persona che produce piante medicinali viene equiparata ai laboratori farmaceutici multinazionali. Sicuramente hanno tenuto conto solo del punto di vista dei grandi laboratori, così i piccoli produttori ed erboristi sono rimasti tagliati fuori. L’applicazione di questo regolamento, in pratica, rende illegale vendere piante medicinali, preparati, pomate e quasi tutto ciò che abbia a che fare con la Medicina Naturale. Infatti, i requisiti richiesti affinché un produttore possa immettere sul mercato il proprio prodotto sono tanto sproporzionati, che non credo esista qualcuno che rispetti tutte le condizioni per poterlo fare, e dubito che possa riscattare l’investimento attraverso la vendita dello stesso. Da più di un decennio l’Unione Europea si occupa di regolamentare e controllare quasi tutto in materia di Salute: piante, integratori alimentari e alimenti in sé, a quanto dicono per “europeizzare” il diritto alla salute.

 

MA NELLA PRATICA SOLO LE GRANDI MULTINAZIONALI

sono in grado di far fronte alle assurde richieste imposte. Tutto questo va a beneficio di giganti come Danone o Nestlé nel settore alimentare e, in quello farmaceutico, di Bayer, Novartis e molte altre. Infatti, se l’unica scelta possibile è la pastiglia, ditemi voi … Hanno già stilato vari regolamenti, codici e altri strumenti con i quali colpiscono il diritto di scelta dei cittadini, limitando, inoltre, i professionisti del settore, poiché riducono l’offerta di trattamenti, pregiudicando i piccoli produttori a vantaggio delle multinazionali. Tutto questo, evidentemente, per “proteggere il consumatore”, ed è questo l’obiettivo con cui è stata creata l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, o EFSA nel suo acronimo inglese (European Food Secutity Agency), con le nuove regolamentazioni. Sono stati presentati a questo ente 44.000 rapporti affinché fossero stabilite le proprietà benefiche di piante o alimenti naturali. La Commissione ha ridotto questo numero a 4.637 a causa delle ripetizioni, perché sembra che diversi stati dell’Unione abbiano inviato rapporti su una stessa pianta. Di questi rapporti inviati nel 2008 solo 222 sostanze sono state autorizzate fino ad oggi. Questo mette in pericolo tutta l’industria degli integratori alimentari, della cosmetica naturale e, ovviamente, della medicina naturale.

 

DIVERSI MEMBRI DEL EFSA

sono ex-impiegati di imprese di biotecnologie, pesticidi, industrie chimiche e multinazionali dell’alimentazione, sarà un caso? I nostri governanti ci stanno lasciando senza scelta, per questo è arrivato il momento di agire, di esigere i nostri diritti. In tanti hanno utilizzato e utilizzano prodotti naturali, sono rapidi, economici, fanno parte delle nostre tradizioni, e adesso sono illegali. Da quando in qua si devono dimostrare le proprietà benefiche del rosmarino, solo per citare un esempio tra migliaia, quando in Europa è utilizzato fin dall’epoca dell’Impero Romano? È disconoscere la storia, la scienza, tutto. È una violazione dei diritti di tutti i cittadini europei. Sono diversi i collettivi che stanno portando avanti azioni per impedire che ciò accada. L’IPSN (Istituto per la Protezione della Salute Naturale) sta cercando di raccogliere le firme necessarie per presentare una petizione al Parlamento Europeo, per frenare questa pazzia e fornire un nuovo approccio alla questione. Servono un milione di firme provenienti da sette stati membri dell’Unione. Non lasciamo che un’autorità controlli perfino quello che mangiamo, o che crema usiamo, o se utilizziamo delle erbe digestive.

-> Fonte – Tratto da

Redatto da Pjmanc: http://ilfattaccio.org

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Pubblicato da su 5 febbraio 2013 in Multinazionali

 

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IL CODICE DEI PELATI


SARA’ SICURAMENTE CAPITATO A MOLTI DI NOTARE SULLE LATTINE DEI PRODOTTI ORTOFRUTTICOLI QUALI PELATI

Piselli e altro un codice stampigliato come questo.A volte questo codice è sul fondo della lattina mentre la data di scadenza è sulla parte superiore. Quell’insieme di lettere e numeri forniscono informazioni sul lotto di produzione. Nei prodotti che godono di un aiuto finanziario dall’Unione Europea almeno una parte del codice deve seguire un formato ben preciso. In particolare deve esserci una lettera che indica l’anno di produzione, eventualmente preceduta dalla lettera L a indicare il lotto, e seguita da un numero fra 1 e 365 che indica il giorno dell’anno in cui il prodotto è stato inscatolato o imbottigliato.La lettera che indica l’anno di produzione viene scelta ogni anno dal Ministero delle Attività Produttive.

Negli ultimi anni il Ministero ha scelto queste lettere:

2010 N

2009 R

2008 A

2007 C

2006 J

2005 D

Quindi la lattina di mais che ho fotografato sopra è stata prodotta il 167esimo giorno del 2009 cioè il 16 giugno.

QUESTA LATTINA DI POMODORI

Inveceè stata prodotta il 23 agosto del 2010. Posso stare tranquillo: è sicuramente un mese dove i pomodori sono in piena maturazione.Le altre lettere codificano altre informazioni, come l’ora di produzione, ma il codice non è univoco e quindi non è facilmente interpretabile.
Scritto da : Dario Bressanini
fonte : http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it

Redatto da Pjmanc: http://ilfattaccio.org

 
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Pubblicato da su 24 luglio 2012 in Attualità

 

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BIO NON FA MIRACOLI !


I PRODOTTI BIOLOGICI SONO PIENI DI GRASSI E ADDITIVI,ZUCCHERI E SALI

Spesso sono meno salutari di quelli industriali. Ecco le proveMangiare bio fa bene alla salute? Cosa spinge un consumatore a scegliere marchi che si qualificano come biologici? Tutte le ricerche di mercato rispondono all’unisono: perché è il brand che garantisce la salubrità del prodotto. Vero? Purtroppo no. La stessa Unione europea, nel definire gli standard necessari per fregiarsi del marchio Bio, ha anche scritto che scegliere questo tipo di alimenti fa bene all’ambiente e non necessariamente alla salute. Il biologico è uno stile di vita eco-compatibile, che garantisce rispetto per terre, acque e animali. Ma non leva il medico di torno. Eppure è su questo equivoco che regge il marketing di decine e decine di prodotti alimentari, sia quelli che fanno riferimento al bio solo nel nome, a mo’ di promessa. Sia quelli che hanno, in effetti, la certificazione perché si tratta di frutta, verdura, latticini e carni provenienti da una coltivazione o da un allevamento biologico. Ed è sempre sulla base di questo equivoco che si giustifica la costante crescita del settore, come mostrano questi grafici, che saranno presentati in occasione del prossimo Sana di Bologna previsto dal 13 al 16 settembre.Proprio per documentare che si tratta solo e soltanto di un equivoco, l’associazione Altroconsumo ha preso in esame sei categorie di alimenti molto diffusi (latte, yogurt, confetture, frollini, cereali per la prima colazione e fette biscottate), e ha valutato sia la qualità degli ingredienti sia la presenza di contaminanti (ormoni, micotossine, pesticidi). Il risultato, che ‘L’espresso’ anticipa in queste pagine (i risultati), è sorprendente. Perché non solo i prodotti bio non sempre sono migliori dei convenzionali e assomigliano sempre di più a quelli industriali, ma spesso sono anche molto meno salubri. Di pari tenore sono anche gli studi svolti sulle materie prime: nessuno è in grado di dimostrare che pomodori, mele, zucchine o cereali col marchio bio facciano meglio alla salute degli altri. Ma tutti vediamo che costano ben di più, con una differenza di prezzo che oscilla tra il 30 e il 35 per cento; che oltre il 30 per cento degli italiani li preferisce, e che a sceglierli sono in prevalenza trenta-quarantenni, sono mamme desiderose di dare il meglio ai bambini, sono persone molto preoccupate di garantirsi un’alimentazione più sana possibile (come mostra un’indagine Censis-Confcommercio).

INTEDIAMOCI NE’ L’INCHIESTA DI ALTROCONSUMO NE’ LE RICERCHE SCIENTIFICHE SUI PRODOTTI PRIMI BOCCIANO IL BIO NON FA PEGGIO DEL CIBO CONVENZIOALE

Dal punto di vista nutrizionale è uguale. Ma fa molto meglio all’ambiente. E chi lo sceglie deve sapere che fa una scelta etica, politica, magari religiosa, ma non salutista.Innanzitutto, come mostrano i test, perché il marchio bio non mette al riparo dai danni dell’alimento industriale: grassi, additivi, sale e zuccheri a profusione. Nelle confezioni di frollini esaminate, ad esempio, i grassi di palma e di cocco, di pessima qualità, fanno la parte del leone. È vero che nei prodotti bio sono del tutto assenti i fitofarmaci, riscontrati invece in due su tre delle marche convenzionali, ma perché tutti i bio usano farine ricostituite al posto di quella integrale? La legge lo consente, è vero, ma da prodotti che puntano sulla genuinità ci si aspetterebbe vera farina, la stessa che troviamo invece in due marche convenzionali su tre.”Un prodotto industriale bio non ha molto senso”, commenta Marina Seveso, paladina dell’agricoltura biologica e autrice di ‘Speriamo in bio’: “E non ha senso pagarlo di più a meno che non palesi un’attenzione generale alla salubrità di tutti gli ingredienti”. Cosa che, stando all’indagine di Altroconsumo, non accade. Negli yogurt bio, ad esempio, troviamo una lunga lista di ingredienti ben poco naturali: addensanti, coloranti, aromi, gelificanti. E nelle fette biscottate ci sono grassi di cattiva qualità, anche se sono completamente assenti tracce di fitofarmaci presenti invece nelle marche convenzionali. “Si tratta sempre di quantità ben al di sotto dei limiti consentiti dalla legge, e quindi non dannose alla salute”, specifica la tecnologa alimentare Emanuela Bianchi: “E la legge stabilisce limiti molto precisi e sicuri”.

di – Daniela Minerva

fonte : http://espresso.repubblica.it

Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio

 
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Pubblicato da su 26 giugno 2012 in Attualità

 

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LE API FUGGONO DAI CAMPI OGM !


UNA RICERCA EFFETTUATA IN CANADA

conferma che il numero di api e l’attività d’impollinazione si riducono enormemente nelle coltivazioni OGM.Il “Department of Biological Sciences, Simon Fraser University” della British Columbia in Canada, studiando il comportamento delle api nei campi coltivati con colza geneticamente modificata, ha scoperto che in questi campi si è verificata una forte riduzione del numero delle api presenti e un altrettanto forte deficit nell’attività di impollinazione.Le api si stanno scambiando l’informazione di evitare le coltivazioni di piante modificate geneticamente che ricoprono superfici in rapida espansione in tutto il mondo. Più della metà delle coltivazioni OGM nel mondo (90 milioni di ettari) si trovano negli Stati Uniti.La «diffidenza» delle api nei confronti delle piante modificate geneticamente è la dimostrazione che le due colture non sono equivalenti, come invece sostengono le multinazionali biotech.

LA RICERCA CANADESE E’ UNA NUOVA PROVA

che si aggiunge ad altri studi che collegano la morte di un numero crescente di api agli OGM. In tutto il mondo, a causa dei pesticidi e degli OGM, le api sono diminuite in modo preoccupante, in alcuni paesi dal 70 al 90 % (USA). La colpa – confermano le analisi dell’Università di Jena in Germania – è anche della colza OGM. Le api muoiono a causa di un gene «marcatore» utilizzato nella modificazione della colza OGM canadese: questo riesce a trasferirsi nei batteri, che da tempo immemorabile colonizzano il sistema digerente delle api, e i microrganismi si alterano. Da ospiti si trasformano in killer, facendo strage dell’insetto. Le api muoiono perché si ammalano.

LA COLZA OGM E’ GIA’ SULLE NOSTRE TAVOLE

Vari tipi di olio di semi di colza OGM sono in commercio anche nei paesi dell’Unione Europea e quindi anche in Italia già dal 1999. Nel marzo 2007 la Commissione Europea ha autorizzato l’uso di due nuove varietà di colza OGM per l’alimentazione del bestiame e per scopi industriali. L’olio di colza è prevalentemente utilizzato nel nostro paese come componente dell’olio di semi vari. Contaminazioni da olio di colza OGM sono quindi riscontrabili negli innumerevoli impieghi dell’olio di semi vari: conserve di tonno, sardine, funghi, carciofini, melanzane, pomodori, alimenti fritti.Non solo le api, ma tutti gli animali, se hanno la possibilità di scegliere, evitano il cibo OGM e preferiscono il cibo biologico al cibo convenzionale con pesticidi. Solo l’uomo sembra non distinguere tra cibo puro e cibo avvelenato. Per proteggere la nostra salute e la salute di coloro che amiamo, è oggi di vitale importanza non credere passivamente alle informazioni date dalle fonti ufficiali, ma cercare informazioni corrette e complete, leggere le etichette e scegliere il nostro cibo con attenzione.

fonte : http://www.associazionesum.it
Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio

 
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Pubblicato da su 9 marzo 2012 in Multinazionali

 

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OGM A GRAPPOLI LA VITE E’ BIOTECH


IN ITALIA E’ MATURATO IL PRIMO CHICCO OGM

Un esperimento inutile portato avanti in segreto nelle Marche. E nel mondo cresce l’uva transgenicaMa stavolta, insieme ai classici chicchi rossi o dorati se ne sono raccolti altri, più piccoli e privi di semi: chicchi geneticamente modificati provenienti dal primo campo sperimentale italiano, 500 metri quadrati in provincia di Ancona, di proprietà dell’Università Politecnica delle Marche. La sperimentazione aveva lo scopo di testare una varietà di uva da tavola molto particolare, caratterizzata da chicchi senza semi, resistenti agli antibiotici e in grado di maturare senza bisogno di essere fecondati. L’uva ottenuta da vite geneticamente modificata, infatti, è sterile, e consentirebbe agli agricoltori di ottenere raccolti fuori stagione, anche in condizioni climatiche sfavorevoli all’impollinazione e all’accrescimento dei frutti; inoltre, essendo stata modificata per resistere all’antibiotico kanamicina, può essere facilmente identificata come Ogm. La resistenza a questo antibiotico è infatti un sistema di marcatura usato per riconoscere le piante transgeniche da quelle convenzionali: quando vengono irrorate dalla kanamicina, le foglie biotech restano verdi, mentre le altre ingialliscono e muoiono. Peccato però che questi marcatori siano stati messi sotto stretta sorveglianza dall’Unione Europea, che nella Direttiva 2001/18 riconosce il rischio potenziale che tale resistenza agli antibiotici possa essere trasmessa dalle piante Ogm a batteri patogeni, e da qui all’uomo.
RESTA APERTA ANCHE LA QUESTIONE DEL MONITORAGGIO DEGLI IMPATTI AMBIENTALI

dal suolo alla stabilità del transgene, previsto dalla stessa Direttiva ma di cui la sperimentazione sembra non essersi affatto occupata. E la questione non è di secondaria importanza quando si manipola il codice genetico: il gene inserito continuerà a comportarsi come previsto anche nelle successive generazioni di piante, oppure cambierà posizione e funzione, con conseguenze difficili da prevedere?Forse una risposta arriverà da una sperimentazione in Sud Africa, dove i ricercatori dell’Università di Stellenbosch hanno modificato le varietà di vite Sultana e Chardonnay con un gene marcatore in grado di colorarsi di blu, rendendo così evidente ogni suo spostamento. Si tratta della prima sperimentazione in campo per il continente africano, dopo che altre varietà di vite Ogm sono state già testate in serra.Nel resto del mondo, invece, la vendemmia transgenica è già una realtà, anche se «confinata» nei campi sperimentali. In testa ci sono gli Stati Uniti, con almeno otto vigneti biotech (non è un azzardo ipotizzare che è da lì che arriveranno in Europa le prime richieste di commercializzazione di vite Ogm) seguiti da Francia, Canada, Australia, con una sperimentazione ciascuno. Uno stop è arrivato invece dalla Germania, che lo scorso anno ha interrotto una prova in campo, perché le piante biotech, modificate per resistere ai funghi patogeni, non stavano dando i risultati sperati. Anche altri paesi, come la Romania, si stanno avvicinando alla vite Ogm, ma è difficile fare una stima dei campi sperimentali, perché la documentazione non è facilmente consultabile e la sperimentazione varia da paese a paese.

SI PASSA COSI’ DALLA QUASI TOTALE ASSENZA DI INFORMAZIONE DEGLI USA

dove una richiesta di sperimentazione può arrivare ad essere autorizzata senza che nessuno ne abbia notizia, all’esempio francese di un nuovo modello di governance dell’innovazione. In questo caso tutto il percorso, cominciato nel 2004, viene costantemente accompagnato da una serie di consultazioni pubbliche, in cui tutti i rappresentanti della filiera vitivinicola, insieme alle associazioni dei consumatori, hanno la possibilità di collaborare alla valutazione degli impatti, in una logica di libero accesso alle informazioni.Non è stato così in Italia, dove la sperimentazione dell’Università delle Marche è stata condotta senza alcun confronto tra ricercatori, pubblico e parti sociali, isolandosi dal contesto delle reali esigenze del sistema vitivinicolo italiano. Difficile immaginare che questo modo di fare ricerca possa conciliarsi con l’esigenza dei cittadini di partecipare alla definizione delle finalità della scienza, con i bisogni reali dei consumatori in tema di sicurezza alimentare, ed infine con le scelte del sistema vitivinicolo italiano. Bisognerebbe quindi spiegare come mai l’università abbia ritenuto utile finanziare una ricerca lunga sette anni che probabilmente non avrà mercato, visto che l’uva transgenica non la mangerà nessuno. E’ grazie all’incentivazione delle produzioni di eccellenza, legate alla tradizione e al territorio, che negli ultimi venti anni il mercato ha vissuto un vero e proprio «rinascimento»: nei primi sei mesi di quest’anno l’export ha registrato un aumento record dell’8%, con un boom negli Usa (+11%) e una crescita in Europa (+ 4%.) Tutto vino garantito ogm free.

Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio.org

 
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Pubblicato da su 29 febbraio 2012 in Multinazionali

 

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L’EMBARGO IRANIANO FACILITERA’ IL FALLIMENTO DELL’EUROPA


PRONTI PER IL GASOLIO A 2 EURO AL LITRO ?

È questione di un mesetto.Per rappresaglia, già da questa settimana l’Inghilterra non riceve più greggio dall’Iran. Toccherà* tra poco anche a Francia, Italia, Portogallo, Grecia, Spagna ed Olanda… se questi paesi continueranno ad appoggiare le sanzioni dell’Unione Europea all’Iran.talia, Grecia e Spagna da sole contano per il 68% di tutto il greggio iraniano importato in Europa. In più, l’Italia è storicamente il paese che ha importato in totale la maggiore quantità di greggio dall’Iran… Le nostre raffinerie hanno vissuto di Iran. Abbiamo democraticamente costruito le nostre case, prodotto pasta e coltivato campi, consumato tutto e tutti a spese dei giacimenti iraniani per quasi 50 anni e con la forza delle armi, la pressione del nostro oro e l’appoggio della Russia, ed a prezzi ridicoli mentre la metà degli iraniani, da trent’anni sotto dittature più o meno rigide, non ha mai nemmeno guidato una automobile, mettiamocelo in testa.La scelta è presto fatta: continuare a fare i “duri” democratici (ma possiamo permettercelo?) o cercare sul mercato il greggio che ci verrà a mancare tra circa tre o quattro settimane, andando ancora più rapidi verso il fallimento, perché non è possibile sostituire su un mercato asfittico quella quota in uno spazio di tempo di un mese, forse sono necessari tre mesi, ne restano scoperti due in cui i raffinati possono anche raddoppiare di prezzo: in piena recessione, non è una buona notizia. Bisogna spalancare letteralmente il portafoglio per trovare greggio e poter acquistare i raffinati: ma ce la faranno migliaia di imprese sul lastrico e senza ordini?

È un po’ il dilemma di chi è al ventesimo piano di un palazzo in fiamme: morire bruciato o morire buttandosi.

Fonte: petrolitico.blogspot.com
Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio.org

 
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Pubblicato da su 23 febbraio 2012 in News

 

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NOVARTIS – IN ARRIVO LA PILLOLA CHE CONTIENE UN MICROCHIP + video-


QUESTO SISTEMA NOTO COME RAISIN

Comprende un microchip che può essere digerito; una volta che entra in contatto con l’acido dello stomaco manda un segnale al cerotto portato dal paziente che contiene il ricevitore, che decodifica e registra le informazioni.“I microchips sono già usati in forma di pillola per registrare l’ambiente del tratto gastrointestinale di un soggetto. Si chiama “pillola smart”: il paziente inghiotte il chip nello studio del medico, quindi da dentro il sistema, il microchip per alcuni giorni manda informazioni ad un dispositivo ricevente dove sono archiviati i dati.Alla fine del periodo raccolta dati o quando il chip viene espulso, il paziente riporta al medico il dispositivo ricevente perché lo analizzi.Questo sembra un approccio ragionevole per ottenere informazioni che riguardano la salute di una persona, usando la tecnologia del microchip. Poco invasiva, poco pubblica e non cosi tanto costosa.Il tipo di tecnologia al microchip che sarà usata dalla Novartis è al momento testata dalla Proteus Biomedical in UK, per il Servizio Salutistico Nazionale.(assistenza medica pubblica)Questo sistema noto come Raisin comprende un microchip che può essere digerito; una volta che entra in contatto con l’acido dello stomaco manda un segnale al cerotto portato dal paziente che contiene il ricevitore, che decodifica e registra le informazioni.Questo test è iniziato nell’agosto 2010 e il 13 agosto il sistema ha ricevuto il marchio CE dalla Unione Europea, che certifica che è a norma dei requisiti richiesti per la salute del consumatore.

IL CHIP RAISIN E’ ATTUALMENTE TESTATO IN UK

Nella speranza di far ricordare ai pazienti di prendere le loro medicine.Mentre da un lato questa tecnologia può apparire come un promemoria utile per pazienti che dimenticano di prendere le loro medicine, esso rappresenta potenzialmente anche una violazione della privacy in un mondo dove incombe la minaccia del controllo governativo sui cittadini e sui metodi di trattamento della malattia.Dei memo per ricordare di prendere le medicine, sarebbero ottima cosa se le medicine fossero veramente buone per la vostra salute, ma come sanno molti di voi che stanno leggendo, prendere delle medicine che siano manipolate e prodotte in laboratorio non è la via per affrontare e risolvere le nostre cosiddette malattie.Infatti, dimenticare di prendere una medicina, può essere in sé un effetto collaterale del prendere la medicina stessa, poiché i medicamenti farmaceutici lavorano contro il vostro corpo e pregiudicano la funzione neurologica insieme a molti altri effetti collaterali.Il memo-microchip è stato sviluppato per colmare il buco nel margine di profitto delle compagnie farmaceutiche, un modo per essere sicuri che i loro prodotti vengano costantemente usati, ricordando ai pazienti di prendere le loro pillole ed allertando le loro famiglie e medici quando sgarrano. Solo un altro modo che le aziende farmaceutiche hanno per fare denaro sulle malattie, mentre continuano a perpetuarle.Il microchip della Novartis lavora per mandare un sacco di vostre informazioni, un sacco di informazioni personali. Un potenziale appetibile per il “marketing information”, da parte di altre aziende.

MIKE ADAMS DI NATURAL NEWS HA QUESTO DA DIRE SULLA FACCENDA

“Se questi microchip trasmettono informazioni, è ovvio che queste possono venire raccolte da chiunque sia intorno, inclusi potenziali individui senza scrupoli o organizzazioni che possono usarli in modo nefasto. Enti governativi possono usare degli scanner per i microchip farmaceutici, che rileveranno quali pillole state prendendo ora. Questo potrebbe essere usato per violare la vostra privacy, scambiando con altre agenzie governative i vostri dati.Dubito seriamente che i dati trasmessi dai microchip in queste pillole saranno criptati perché tale operazione richiede una reale capacità di processing e non c’è molto spazio per una CPU o fonte di energia dentro questi piccoli microchip.È più probabile che trasmetteranno rozzi segnali che possono essere intercettati e decodificati molto facilmente”.

VIDEO DIMOSTRAZIONE DI COME FUNZIONA IL CHIP

Traduzione a cura di: Cristina Bassi
Fonte: saluteolistica.blogspot.com
Redatto da Pjmanc: http://ilfattaccio.org

 
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Pubblicato da su 13 febbraio 2012 in Multinazionali

 

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