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UN FUTURO SENZA DENTISTI-I DENTI LI CURERANNO LE NANOPARTICELLE ?


LA RICERCA NEL CAMPO DELLA NANOTECNOLOGIA

E dei materiali di nuova concezione, per quanto possa essere discussa e discutibile, rappresenta una speranza quasi concreta in moltissime applicazioni pratiche. Una di queste è la salute dentale.All’inizio di quest’anno, ad esempio, un team di ricercatori della Princeton University ha reso pubblica la creazione di una nuova categoria di metamateriali a base di grafene, capace di rilevare in tempo reale una vasta gamma di batteri che popolano la nostra bocca.Sfortunatamente per noi, questa tecnologia sembra non essere capace di rilevare lo Streptococcus mutans, uno dei principali responsabili della carie. Pare chiaro, quindi, che il limite stesso di questa tecnologia impedisca di utilizzarla con efficacia per mantere la nostra bocca in perfetta salute.Ma una recentissima ricerca della University of Maryland ha dimostrato che è effettivamente possibile rilevare la flora batterica all’origine dei nostri problemi dentali, e addirittura combatterla per restituire ai denti la loro struttura originale.”Decadimento dentale significa che il contenuto minerale del dente è stato dissolto dagli acidi secreti dai batteri che risiedono nei biofilm, o nelle placche sulla superficie del dente” spiega Huakun Xu della School of Dentistry dell’università.

QUESTI ORGANISMI CONVERTONO I CARBOIDRATI IN ACIDI

Che diminuiscono i minerali nella struttura del dente”.I ricercatori hanno sviluppato un nanocomposto capace di uccidere ogni batterio nocivo, e di riempire le cavità scavate dalla carie. Non solo: il nanomateriale è anche in grado di ricostruire la struttura perduta del dente, restituendogli la forza e la resistenza originaria.Il composto è a base di nanoparticelle di fosfato di calcio, le reali responsabili della rigenerazione dei denti. Nanoparticelle d’argento e ammine quaternarie (derivati dell’ammoniaca) svolgono invece il ruolo di disinfettanti, liberando le cavità dei denti dalla popolazione batterica.”Stiamo continuando a migliorare questi materiali, per renderli sempre più forti nelle loro capacità antibatteriche e rimineralizzanti, e anche più durevoli nel tempo” dice Xu.Questo nuovo materiale è attualmente sotto sperimentazione sugli animali, e non ha mancato di accendere le normali discussioni che regolarmente gravitano attorno all’argomento nanotecnologia.Ad animare ulteriormente la diatriba c’è il fatto che il nuovo composto sarà presto sperimentato su volontari umani, in collaborazione con l’Università di Ceara in Brasile. L’impatto sull’uomo è già stato parzialmente verificato utilizzando campioni di saliva, ma l’impatto sull’organismo è ancora tutto da verificare.

E’ NATURALE PREOCCUPARSI PER UNA TECNOLOGIA CHE PENETRA NEL NOSTRO CORPO

E inizia ad agire sui nostri processi biologici su scala nanometrica, specialmente quando i dati sulla sua effettiva pericolosità sono spesso confusi e fonte di dibattiti anche politici.Le nanoparticelle d’argento, in combinazione con quelle di fosfato di calcio, potrebbero aggredire in modo inaspettato i microrganismi che popolano il corpo umano, cellule comprese, grazie alle loro ridottissime dimensioni.La scala nanometrica, inoltre, conferisce ad alcuni materiali proprietà del tutto nuove, come alta reattività all’ambiente o comportamenti biochimici che il materiale originale non possedeva affatto.Il nanoargento è ormai largamente impiegato in moltissimi prodotti d’uso comune, come antibatterici/fungicidi, in alcuni tessuti high-tech, nel trattamento delle acque di scarico e nei detersivi. Sembra la manna dal cielo, ma c’è un lato della medaglia ancora parzialmente.Le nanoparticelle di argento sembrano essersi dimostrate dannose in diverse fasi dello sviluppo dei pesci che popolano i nostri fiumi.Ogni volta che lavate i panni, ad esempio, il nanoargento presente nei detersivi viene immesso nell’ecosistema tramite le acque di scarico. Anche se filtrate o ripulite, molte particelle sfuggono agli attuali depuratori, e finiscono inevitabilmente nel terreno e nelle acque dolci o salate di tutto il mondo.E’ vero che le nanoparticelle di argento sono capaci di ripulire l’acqua da microrganismi nocivi, ma tendono ad accumularsi nel fegato e nel cervello di molte specie, e potrebbero causare alterazioni ancora poco studiate o prevedibili.Sarebbe tuttavia sconsiderato bollare la nanotecnologia come universalmente dannosa. Le sole nanoparticelle di argento potrebbero trovare migliaia di applicazioni in qualunque settore industriale immaginabile, ma l’unica premessa necessaria per un loro impiego responsabile è la profonda comprensione degli aspetti negativi di questa promettente tecnologia.

fonte : http://www.ditadifulmine.com
Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio

 
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Pubblicato da su 14 maggio 2012 in Attualità

 

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BATTERI RESISTENTI AI FARMACI SCOPERTI IN UN ANTICA GROTTA


UNA NUOVA POPOLAZIONE DI BATTERI E’ STATA SCOPERTA IN UNA GROTTA INCONTAMINATADEL NEW MESSICO RISALENTE A 4 MILIONI DI ANNI FA

Alcuni ceppi sembrano resistere anche ai più recenti farmaci antibiotici: lo rivela una nuova ricerca.Un ricercatore nelle caverne di Lechuguilla. Fotografia di Max Wisshak.Nelle profondità di una grotta incontaminata del New Mexico, alcuni microbiologi hanno scoperto un centinaio di batteri resistenti anche ai più recenti farmaci antibiotici.Questi nuovi ceppi di batteri, che fino ad ora non erano mai entrati in contatto con esseri umani o farmaci moderni, ricoprono le pareti del sistema di gallerie sotterranee di Lechuguilla, che si snoda a più di 400 di metri di profondità. Una spessa coltre di roccia tra i i 4 e i 7 milioni di anni fa ha infatti sigillato la cavità isolandola da ogni contatto esterno, e l’acqua impiega circa 10 mila anni per raggiungere la base della grotta.Sebbene non siano patogeni, questi batteri hanno dimostrato di essere resistenti ad un ampio spettro di farmaci antibiotici. Questa scoperta potrebbe quindi offrire nuove prospettive per la comprensione dei meccanismi di sviluppo della resistenza agli antibiotici. “I medici si pongono questo problema da molto tempo. Quando viene introdotto un nuovo antibiotico, inevitabilmente si sviluppa una resistenza al farmaco nel giro di mesi o anni”, spiega uno degli autori della ricerca Gerry Wright, microbiologo della McMaster University (Ontario, Canada). “ Ma da dove arriva questa resistenza? Fino ad ora nessuno aveva ancora pensato di studiare i batteri che non causano malattie nell’uomo”.

SUPER BATTERI IN CRESCITA

Il sistema di grotte e gallerie di Lechiguilla è uno dei più profondi ed estesi del New Mexico, e con i suoi 290 km di gallerie mappate è la settima grotta più estesa del pianeta. Nel 1984 gli speleologi iniziarono a scavare tra le macerie di un vecchio pozzo minerario, riuscendo a individuare l’ingresso della grotta, e nel nel 1986 svelarono finalmente uno degli ultimi ambienti vergini della Terra.Il National Park Service degli Stati Uniti limita rigorosamente gli ingressi nella grotta, ma nel 2008 ha acconsentito che Hazel Barton, microbiologa della Northern Kentucky University vi prelevasse alcuni campioni di batteri. “Hazel ha potuto prelevare i suoi campioni in aree che non sono mai state toccate da nessun essere umano. La grotta è talmente incontaminata che si può veder esattamente dove le persone sono passate. Bisogna fare un grosso sforzo di immaginazione per pensare che questi luoghi siano entrati in contatto qualcosa di esterno”, ha spiegato Wright.I campioni di biofilm (patina di microrganismi) prelevati da Barton sono stati poi studiati per tre anni dal team di Wright, alla ricerca di un qualsiasi segno di resistenza antibiotica.I cosiddetti “superbatteri”, i batteri patogeni che sviluppano una resistenza agli antibiotici, sono sempre di più e normalmente compaiono negli ospedali e negli allevamenti, dove l’uso di antibiotici è largamente diffuso. In questi ambienti, infatti, una forte pressione evolutiva spinge i microbi a sviluppare molto rapidamente la resistenze ai farmaci. Ma è il modo in cui ciò avviene che è frustrante, spiega Wright, visto che secondo alcuni studi sarebbero stati necessari migliaia o addirittura milioni di anni affinché i geni che regolano la resistenza agli antibiotici potessero emergere. Il modo con cui i batteri si scambiano materiale genetico in natura potrebbe però risolvere il paradosso. Molti microbiologi sospettano, infatti, che i batteri non patogeni non siano altro che un vasto bacino dal quale provengono i geni della resistenza agli antibiotici che vengono trasmessi ai batteri patogeni: “Al momento questa è solo una tesi, cioè che questi organismi benigni siano in realtà alla base delle resistenze ai farmaci. Ne esistono così tanti, che i geni si possono muovere orizzontalmente nelle diverse popolazioni batteriche attraverso la riproduzione sessuale, o da virus o per assorbimento degli scarti genetici”.

I GENI DELLA RESISTENZA

La scoperta si basa su uno studio precedente condotto sempre da Wright, che aveva scoperto batteri resistenti ai farmaci in suoli antichissimi, in suoli moderni e addirittura nel permafrost (suolo perennemente ghiacciato). Questi ritrovamenti avevano incuriosito anche gli scettici, ma Wright ha comunque voluto cercare altre prove e “le ha trovate in questi grotte vergini”, ha commentato Julian Davis, microbiologo della Columbia University che non ha partecipato alla ricerca.l team di Wright è riuscito a coltivare cinquecento diversi tipi di batteri provenienti dalle grotte di Lechuguilla, ma solo novantatre sono cresciuti in un particolare terreno di coltura che ha consentito di testare la loro resistenza a ventisei diversi agenti antimicrobici. E di questi novantatre, circa il settanta per cento ha resistito a tre o anche quattro classi di antibiotici. Tre ceppi batterici, lontani parenti del batterio che causa l’antrace, si sono rivelati resistenti a ben quattordici antibiotici su ventisei.“Sinceramente non mi aspettavo di vedere la grande diversità di geni che combattono tutti questi composti antimicrobici,” ha detto Wright.

E’ NATO PRIMA L’ANTIBIOTICO O LA RESISTENZA?

Davies fa notare però che i risultati ottenuti dal gruppo guidato da Wright potrebbero anche essere solo un caso fortuito ottenuto dall’attività di geni che potrebbero anche non essere destinati alla resistenza ai farmaci. “Questa ricerca ci dimostra che i geni della resistenza sono molto antichi, ma non ci spiega in che modo riescono a entrare in un ospedale”.Stuart Levy, medico e microbiologo presso la Tufts Medical School, ha detto che lo studio di Wright potrebbe ora aiutare i ricercatori a comprendere meglio le origini della resistenza agli antibiotici, ma ha anche concordato con quanto sostenuto da Davies. “È la resistenza che fornisce una protezione aggiuntiva agli organismi che vivono nella grotta? Potrebbe essere qualcosa che somiglia alla resistenza agli antibiotici, ma che in realtà è altro”, ha detto Levy. “È un po’ come chiedersi se è nato prima l’uovo o la gallina. Gli antibiotici si sono originati dai microbi là nella grotta e poi si è sviluppata la resistenza, o è stato il contrario?” Infatti si può anche pensare che i batteri della grotta abbiano spontaneamente dato origine a degli antibiotici naturali attraverso una sorta di “guerra biologica” per la competizione.E fino a che non saranno studiati i geni dei nuovi ceppi batterici o non verrano ritrovati antibiotici naturali nella grotta, i risultati dello studio dovrebbe comunque mettere in allerta i medici, ha detto Wright.“Immaginiamo che io sia un’azienda farmaceutica che sta per investire milioni di dollari nella ricerca di un nuovo antibiotico: forse dovrei prima controllare che non ci sia la possibilità che un patogeno possa diventare resistente, dando un occhio anche ai microbi che si trovano fuori dagli ospedali”, ha concluso Wright.

La ricerca sui superbatteri è pubblicato su PLoS ONE

di : di Dave Mosher- 

Fonte: http://www.nationalgeographic.it-

Redatto da Pjmanc: http://ilfattaccio.org

 
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Pubblicato da su 16 aprile 2012 in Attualità

 

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LE API FUGGONO DAI CAMPI OGM !


UNA RICERCA EFFETTUATA IN CANADA

conferma che il numero di api e l’attività d’impollinazione si riducono enormemente nelle coltivazioni OGM.Il “Department of Biological Sciences, Simon Fraser University” della British Columbia in Canada, studiando il comportamento delle api nei campi coltivati con colza geneticamente modificata, ha scoperto che in questi campi si è verificata una forte riduzione del numero delle api presenti e un altrettanto forte deficit nell’attività di impollinazione.Le api si stanno scambiando l’informazione di evitare le coltivazioni di piante modificate geneticamente che ricoprono superfici in rapida espansione in tutto il mondo. Più della metà delle coltivazioni OGM nel mondo (90 milioni di ettari) si trovano negli Stati Uniti.La «diffidenza» delle api nei confronti delle piante modificate geneticamente è la dimostrazione che le due colture non sono equivalenti, come invece sostengono le multinazionali biotech.

LA RICERCA CANADESE E’ UNA NUOVA PROVA

che si aggiunge ad altri studi che collegano la morte di un numero crescente di api agli OGM. In tutto il mondo, a causa dei pesticidi e degli OGM, le api sono diminuite in modo preoccupante, in alcuni paesi dal 70 al 90 % (USA). La colpa – confermano le analisi dell’Università di Jena in Germania – è anche della colza OGM. Le api muoiono a causa di un gene «marcatore» utilizzato nella modificazione della colza OGM canadese: questo riesce a trasferirsi nei batteri, che da tempo immemorabile colonizzano il sistema digerente delle api, e i microrganismi si alterano. Da ospiti si trasformano in killer, facendo strage dell’insetto. Le api muoiono perché si ammalano.

LA COLZA OGM E’ GIA’ SULLE NOSTRE TAVOLE

Vari tipi di olio di semi di colza OGM sono in commercio anche nei paesi dell’Unione Europea e quindi anche in Italia già dal 1999. Nel marzo 2007 la Commissione Europea ha autorizzato l’uso di due nuove varietà di colza OGM per l’alimentazione del bestiame e per scopi industriali. L’olio di colza è prevalentemente utilizzato nel nostro paese come componente dell’olio di semi vari. Contaminazioni da olio di colza OGM sono quindi riscontrabili negli innumerevoli impieghi dell’olio di semi vari: conserve di tonno, sardine, funghi, carciofini, melanzane, pomodori, alimenti fritti.Non solo le api, ma tutti gli animali, se hanno la possibilità di scegliere, evitano il cibo OGM e preferiscono il cibo biologico al cibo convenzionale con pesticidi. Solo l’uomo sembra non distinguere tra cibo puro e cibo avvelenato. Per proteggere la nostra salute e la salute di coloro che amiamo, è oggi di vitale importanza non credere passivamente alle informazioni date dalle fonti ufficiali, ma cercare informazioni corrette e complete, leggere le etichette e scegliere il nostro cibo con attenzione.

fonte : http://www.associazionesum.it
Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio

 
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Pubblicato da su 9 marzo 2012 in Multinazionali

 

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Batteri trasformati, nuova fonte di energia


 BATTERI GENETICAMENTE MODIFICATI

In grado di produrre biocarburanti che, in futuro, potrebbero essere una risorsa per trasporti ed industria. L‘escherichia coli è diventato noto a tutti ultimamente soprattutto per il fatto di essere il batterio killer che, qualche mese fa, ha seminato il terrore in Germania, causando una vera e propria epidemia che, in alcuni casi, ha portato alla morte. Ma questo microrganismo, che vive nell’intestino di molti animali incluso l’uomo e che è indispensabile per la corretta digestione degli alimenti, si è rivelato, ultimamente, una importante risorsa energetica. Già da qualche anno, i ricercatori dell’Università californiana di Berkeley stanno indagando sul potenziale del batterio, giungendo a dei risultati assolutamente interessanti: l’escherichia coli geneticamente modificato può diventare una vera e propria fabbrica di biocarburante capace di alimentare industrie e trasporti, trasformando materiale derivato dalle piante in zuccheri che, a loro volta, diventeranno idrocarburi, al termine di un processo.

 

 LAVORANDO SULLE COLONIE DI ESCHERICHIA COLI

Gli studiosi hanno creato singoli batteri dotati di enzimi in grado di digerire la cellulosa di alcune piante, in particolar modo eucalipto, trasformandola in zuccheri fermentabili. Inoltre, i ricercatori hanno dotato i microrganismi dei geni necessari affinché tali zuccheri possano essere convertiti in molecole simili ai carburanti commerciali, spendibili nell’ambito della produzione industriale o riutilizzabili per la produzione di benzina e diesel.Insomma, una fonte di energia rinnovabile, una sfida per un futuro in cui i combustibili fossili non saranno più la sola alternativa da considerare bensì un ricordo di tempi lontani: per questa ragione, numerosi sono gli studi che si muovono su direttive più o meno simili. In questi giorni in cui a Durban si cercano strade per salvare l’ambiente del nostro pianeta, è naturale guardare a certi studi con una certa fiducia ma, soprattutto, con speranza.I biocarburanti, per il momento, se hanno mostrato tutti i loro aspetti positivi rispetto ai derivati del petrolio, creano comunque problemi all’agricoltura dei paesi più poveri: lì, dove la debolezza economica fa accettare qualunque condizione venga proposta (o imposta) dall’alto, in molti hanno abbandonato le colture tradizionali, da cui dipendeva in molti casi la sopravvivenza alimentare, in favore di vegetali dai quali ricavare biomasse. Ecco perché gli studi sull’escherichia coli potrebbero essere determinanti per un futuro in cui produrre biodiesel non significherà sottrarre le risorse fondamentali all’agricoltura.

 

http://www.fanpage.it

Redatto da Pjmanc:  http://ilfattaccio.org

 
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Pubblicato da su 3 dicembre 2011 in Attualità

 

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