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MARCHIO ITALIANO PROPRIETA’ STRANIERA !

08 Mar

RESTA IL MARCHIO ITALIANO MA LA PROPRIETA’ NON LO E’ PIU’

E i grandi marchi del Made in Italy agroalimentare vengono ceduti all’estero. Una tendenza che è iniziata negli anni ’80 e che ha avuto un’escalation tra il 2011 e l’inizio del 2012. La Coldiretti lancia l’allarme: nell’ultimo anno sono passati in mani straniere marchi storici dell’agroalimentare italiano per un fatturato di oltre 5 miliardi di euro. Uno dei segnali più eclatanti della crisi che stiamo vivendo.È noto che in Italia uno dei massimi problemi dell’agroalimentare è il falso Made in Italy, dalle mozzarelle spacciate per italiane ma prodotte con latte straniero al falso olio italiano. Ma il problema è anche un altro: senza quasi rendercene conto stiamo perdendo di anno in anno quasi tutti i grandi marchi italiani. Tutto è iniziato alla fine degli anni Ottanta. È il 1988 quando la svizzera Nestlé compra due marchi storici dell’agroalimentare italiano: la Buitoni (pasta, prodotti da forno, alimenti per l’infanzia) e la Perugina (cioccolato, dolci), entrambe della famiglia Buitoni e poi per un breve periodo della CIR di De Benedetti. Nel 1993 sempre la Nestlé compra i marchi Italgel, tra cui Antica Gelateria del Corso. Nel 1998 ancora la Nestlé compra Sanpellegrino (acqua minerale, bevande) e Locatelli (formaggio), marchio – quest’ultimo – che viene poi ceduto alla francese Lactalis. Nel 2003 sempre la Lactalis acquisisce il marchio Invernizzi (formaggi), che era peraltro già stato venduto a Kraft nel 1985. Il 2003 è anche l’anno in cui l’Italia perde le storiche birre Peroni, vendute all’azienda sudafricana SABMiller. Nel 2005 il marchio Fattorie Scaldasole (già venduto a Heinz nel 1995) finisce alla francese Andros, mentre il gruppo spagnolo SOS acquisisce l’olio Sasso. Sempre SOS nel 2006 acquista l’olio Carapelli, e nel frattempo perdiamo anche la Galbani, che finisce nelle mani della Lactalis. Nel 2008, infine, il Made in Italy perde un altro olio, il Bertolli, venduto a Unilever e poi passato a SOS.

IL 2011 E L’INIZIO DEL 2012 SEGNANO UN ULTERIORE ACCENTUARSI DELLA TENDENZA

Il 2011 è l’anno in cui la Lactalis acquisisce ufficialmente la Parmalat, ed è anche l’anno in cui perdiamo lo storico marchio di spumanti Gancia (2.000 ettari di vigneti, 5 milioni di chili di uve direttamente vinificate, 25 milioni di bottiglie all’anno), comprato a dicembre dall’oligarca russo Roustam Tariko, già proprietario della vokda Russki Standard. La Russian Standard Corporation, precidamente, ha acquisito il 70% di Gancia, e il nuovo azionista di maggioranza Roustam Tariko si è così presentato: “il nostro è un investimento strategico di lungo periodo che ci garantirà l’opportunità unica di diventare una delle società dominanti nel settore del beverage a livello mondiale. Abbiamo le dimensioni, le infrastrutture, l’esperienza e le risorse finanziarie tali da trasformare la Gancia nel marchio leader sia in Russia sia a livello globale, attraverso un rafforzamento del brand e un investimento nel personale e nei dirigenti”. Quel che è certo è che lo spumante italiano, nonostante la crisi, era ed è in continua crescita, e che la Russia è (era) uno dei migliori mercati per l’export, con un aumento record del 41% nelle esportazioni di bottiglie di spumante nel 2011 (quarto posto posto assoluto tra i maggiori consumatori delle bollicine italiane, dopo Germania, Stati Uniti e Regno Unito). E mentre gli Stati Uniti riconoscono una tutela legale al Prosecco italiano, nel frattempo noi perdiamo la Gancia.Pessimo anche l’inizio del 2012, segnato dalla perdita di una altro marchio storico dell’agroalimentare italiano, Ar pelati di Antonino Russo, che passa (per il 51% del pacchetto azionario) nelle mani della società Princes, controllata dalla giapponese Mitsubishi. Parliamo del maggiore produttore di pomodori pelati in Italia, un’azienda leader mondiale per la trasformazione e inscatolamento del pomodoro, che ha un fatturato di circa 300 milioni di euro e che solo nel 2009 aveva inaugurato (in Puglia, a Borgo Incoronata) il più grande impianto europeo di trasformazione del pomodoro.
E’ IN QUESTO CONTESTO

che il presidente della Coldiretti Sergio Marini ha lanciato l’allarme,in occasione dell’inaugurazione della Fieragricola di Verona (dove al padiglione 3 stand C2 è anche stato allestito uno “scaffale del Made in Italy che non c’è più”). Queste le parole di Sergio Marini, diffuse dalla Coldiretti con un comunicato stampa: “sono passati in mani straniere marchi storici dell’agroalimentare italiano per un fatturato di oltre 5 miliardi di euro nell’ultimo anno, anche per effetto della crisi che ha reso più facili le operazioni di acquisizione nel nostro Paese. Ad essere presi di mira sono sopratutto i prodotti simbolo dell’Italia e della dieta mediterranea, dall’olio al vino fino alle conserve di pomodoro. Nello spazio di dodici mesi sono stati ceduti all’estero tre pezzi importanti del Made in Italy alimentare, che sta diventando un’appetibile terra di conquista per gli stranieri. La tutela dei marchi nazionali è ormai diventata una priorità per il Paese, da attuare anche con una apposita task force. Si è iniziato con l’importare materie prime dall’estero per produrre prodotti tricolori. Poi si è passati a vendere direttamente marchi storici. Il prossimo passo rischia di essere la chiusura degli stabilimenti italiani per trasferirli all’estero”.

MARCHI DEL MADE IN ITALY CHE NON C’E’ PIU’ 

  • 2012 – PELATI AR – ANTONINO RUSSO – Acquisito nel 2012 dalla società Princes controllata dalla Giapponese Mitsubishi
  • 2011 – PARMALAT – Acquisita dalla francese Lactalis
  • 2011 – GANCIA – Acquisito dell’oligarca Rustam Tariko, proprietario della banca e della vokda Russki Standar
  • 2008 – BERTOLLI – Venduta a Unilever e quindi acquisita dal gruppo spagnolo SOS
  • 2006 – GALBANI – Acquisita dalla francese  Lactalis
  • 2006 – CARAPELLI – Acquisita dal gruppo spagnolo SOS
  • 2005 – SASSO – Acquisita dal gruppo spagnolo SOS
  • 2005 – FATTORIE SCALDASOLE – Venduta a Heinz nel 1995 e quindi acquisita dalla francese Andros
  • 2003 – PERONI – Acquisita dall’azienda sudafricana SABMiller
  • 2003 – INVERNIZZI – Venduta a Kraft nel 1985 e quindi acquisita dalla francese Lactalis
  • 1998 – LOCATELLI – Venduta a Nestlè e quindi acquisita dalla francese  Lactalis
  • 1998 – SAN PELLEGRINO – Acquisito nel 1998 dalla svizzera  Nestle’
  • 1993 – ANTICA GELATERIA DEL CORSO – Acquista dalla svizzera Nestlè
  • 1988 – BUITONI – Acquisito dalla svizzera  Nestlè
  • 1988 – PERUGINA – Acquisito dalla  svizzera Nestlè

 

di : Luigi Torriani
fonte : http://www.universofood.net/
Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio

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5 commenti

Pubblicato da su 8 marzo 2012 in Multinazionali

 

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5 risposte a “MARCHIO ITALIANO PROPRIETA’ STRANIERA !

  1. icittadiniprimaditutto

    8 marzo 2012 at 07:32

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

     
  2. bruno

    27 maggio 2012 at 17:17

    non dobbiamo più compraré questi prodotti. sul mercato Sl trova di meglio.

     
  3. milo

    5 giugno 2012 at 17:28

    Noi ci difendiamo per quanto e quando possibile con prodotti a km0 acquistati dal produtoore.E per quanto riguarda i nostri “amici” egoisti, perchè non boicottiamo i prodotti tedeschi?

     
  4. nicola

    24 settembre 2012 at 19:11

    Bah… alla fine non mi interessa sapere chi è il proprietario del marchio. Se il problema riguarda solo chi ricaverà gli utili d’impresa, poco mi importa. Ciò che conta è dove vengono prodotti gli alimenti e chi sono gli operai di quelle industrie. Made in Italy non significa proprietà italiana ma produzione italiana (intendendosi prodotta da mani operaie italiane in Italia). Se queste proprietà assumono lavoratori italiani per me non cambia nulla.

     
  5. luigi diana

    30 novembre 2012 at 10:56

    Che una azienda italiana sia ceduta ad una società straniera è l’ultimo dei problemi fin quando la manodopera e l’azienda rimane in Italia.Se un imprenditore italiano non ha saputo gestire una azienda è bene che la ceda ad un imprenditore anche straniero che la porti in utile.Il guardare con mediocre diffidenza il passaporto o la nazionalità di imprenditori stranieri che investono con loro capitali in Italia per il proseguimento di attività e di aziende limiterebbe la sana imprenditoria italiana che vuole puntare all’export e all’immagine del nostro paese in generale.

     

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